La conquista di Costantinopoli

 LA CONQUISTADI COSTANTINOPOLI

LA QUARTA CROCIATA

NASCITA DELL’IMPERO LATINO DI COSTANTINOPOLI

   Costantinopoli si era consegnata invocando la clemenza del vincitore; i tre giorni da incubo che l’avrebbero sconvolta e semidistrutta cominciarono la mattina del martedì 13 aprile. Mentre il fuoco appiccato dagli uomini del marchese divorava case e palazzi, gli splendidi tesori d’arte tuttora intatti venivano brutalmente spezzati per fare bottino.

  Roberto di Clari ci ha lasciato alcune belle descrizioni dei principali monumenti della città, molti dei quali aveva avuto modo di visitare prima che fossero distrutti dal fuoco o dal saccheggio. Abbiamo, grazie a lui, valide informazione sull’aspetto che presentava Costantinopoli all’inizio del duecento, anteriormente alle devastazioni compiute dall’esercito latino. Nelle pagine della sua cronaca riguardanti Santa Sophia, dove in colorita mescolanza aggiunge alle proprie osservazioni sull’architettura del tempio ragguagli sulle proprietà prodigiose e terapeutiche di alcuni elementi dell’edificio, viene descritta con dovizia di particolari la tavola dell’altar maggiore, bellissima fusione d’oro e pietre preziose, che i crociati tagliarono a pezzi per distribuirli all’oste.

  Ed è sempre Roberto di Clari a lagnarsi per il comportamento sleale dei baroni che s’impossessarono dei migliori palazzi e alloggi della città cominciando da quel momento a tradire la buona fede della gente minuta e dei cavalieri poveri dell’esercito.

   Installati i grandi baroni nei migliori palazzi, si concesse all’esercito tre giorni di saccheggio. Francesi e veneziani univano alla cupidigia per le immense ricchezze di Costantinopoli, ricchezze che non potevano misurarsi soltanto per il loro valore materiale ma soprattutto per quello storico e artistico, un odio radicato per i greci e in certa forma per la città stessa, la cui conquista aveva richiesto un alto tributo di penurie e di morte.  Durante tre giorni, i più bassi istinti di quegli uomini che portavano la croce sulla spalla ed erano partiti dalle loro terre per liberare il sepolcro del Signore, si scagliarono sulla città vinta e stremata. Nulla fu risparmiato; dal giuramento di rispettare chiese e monasteri, di no violentare donne e monache né attentare contro i religiosi, non rimasero tracce nelle loro coscienze. Nelle chiese nulla restò da profanare; gli oggetti sacri dei servizi della messa diventarono piatti e tazze in cui mangiare e bere e le icone, tavole da gioco o da pranzo; i soldati indossavano per dileggio i paramenti sacri, le monache furono stuprate e i loro conventi saccheggiati. Nella chiesa dei Santissimi Apostoli, dove era sepolto Costantino il Grande e molti altri imperatori, si violarono le tombe già spogliate da Isacco II e da suo figlio Alessio per pagare il debito contratto con i crociati e lo scherno si spinse fino a profanare il corpo di Giustiniano. In Santa Sophia, il più vasto e magnifico tempio della cristianità, si compì lo scempio peggiore. Al suo interno, per meglio trasportare il bottino, i  saccheggiatori portarono cavalli e muli; le povere bestie gravate dal peso delle ruberie, non riuscendo a reggersi bene sul pavimento di marmo lucidissimo, cadevano e venivano uccise all’istante: il sangue mescolato alle feci imbrattava il tempio. Fu fatta a pezzi la pregiata tavola dell’altare maggiore che splendeva sotto il baldacchino d’argento a forma di campana, mentre una prostituta ballava accompagnandosi con una canzone oscena, dopo essersi seduta sul seggio del patriarca.

  Le donne del nemico fanno parte del bottino, antica legge non scritta in vigore ancora oggi: le matrone e le fanciulle bizantine non sfuggirono a questa regola abbietta e stupri e rapimenti si susseguirono lungo quei giorni nefasti. Riguardo a questa prebenda del vincitore Niceta Coniate racconta un episodio che lo vide protagonista: approfittando della libertà concessa a coloro che decidevano di lasciare la città, insieme ad alcuni parenti e amici Niceta andava verso l’esilio con la moglie incinta. Le fanciulle e le giovani donne del gruppo si erano sporcate il viso per nascondere le fresche carnagioni ai cupidi sguardi degli invasori e per maggiore protezione marciavano circondate dagli uomini ma, nonostante queste precauzioni, un crociato s’invaghì di una delle giovani e la strappò ai parenti per portarla nel proprio alloggio. Mentre il padre della giovane, un vecchio giudice, piangendo invocava  aiuto senza fare nulla, Niceta reagì tempestivamente e si rivolse per chiedere giustizia proprio ad altri crociati che avevano assistito al rapimento, ricordando il divieto fatto da chierici e baroni di usare violenza alle donne, qualsiasi fosse la loro condizione, divieto che l’intero oste aveva giurato di rispettare. Impietositi, i soldati lo accompagnarono a casa del commilitone per esigere la liberazione della fanciulla: il rapitore sulle prime si rifiutò ma alla fine dovette cedere e consegnare la preda, non tanto blandito dalle preghiere di Niceta quanto dalle minacce dei suoi compagni di farlo impiccare. A quanto pare il senso del bene e del male non era del tutto spento tra le schiere di predoni.

  I privati furono spogliati di tutti gli averi e cacciati dalle loro case che furono occupate dai vincitori.  Si arrivò a frugare sotto le vesti dei profughi e a minacciare con le armi coloro che tentavano di salvare qualcosa. Verso l’esilio andarono principalmente i nobili; privati di ogni sostanza, partivano con le sole vesti che indossavano perché ormai nient’altro possedevano. Niceta  ricorda di aver visto il patriarca di Costantinopoli camminare tra gli esuli coperto da un’umile tunica, senza borsa né denari, né bastone, né scarpe.

  La furia dei crociati si scaricò soprattutto sulle cose; Costantinopoli non si riprese mai completamente dalla ferita ricevuta: la regina delle città, che per secoli aveva custodito i maggiori tesori d’arte risalenti a prima ancora che diventasse capitale dell’Impero Romano di Oriente, vide svanire il suo primato tra ceneri e cumuli di macerie, ma un massacro vero e proprio della popolazione non ci fu. I morti ammontarono a non più di duemila, cifra non certo trascurabile, ma incomparabilmente minore rispetto agli eccidi che lo zar bulgaro Kalojan avrebbe compiuto da lì a qualche mese e assai minore anche dei massacri dell’aprile 1182 perpetrati dai bizantini sui residenti latini di Costantinopoli con pisani e genovesi tra i più colpiti. Il clero bizantino aveva allora spronato senza ritegno la plebaglia a scovare monaci e preti latini; il cardinale Giovanni, legato papale a Costantinopoli, era stato decapitato e la sua testa, legata alla coda di un cane, trascinata per le strade della città. Niente di simile avvenne durante il sacco del 1204: l’omicidio fu accidentale, i crociati non erano assetati di sangue ma di ricchezze e piaceri.

   Tre chiese furono destinate alla raccolta del bottino che, come stabilito, era proprietà dell’intero oste; a custodirlo si mise una guardia mista di francesi e veneziani. Come racconta Villehardouin non tutti si comportarono lealmente e molti trattennero per sé oggetti preziosi e denaro; alcuni furono sorpresi e impiccati, ma tanti furono abbastanza abili da non lasciarsi scoprire. Roberto di Clari accusa i baroni di aver spartito tra di loro i pezzi più pregiati lasciando ai cavalieri poveri e alla gente minuta la seconda scelta; i primi a rubare sarebbero stati -secondo lui- gli uomini messi a guardia del tesoro. I due cronisti concordano che mai si era visto un simile bottino e non dicono che mai si era compiuta un’analoga distruzione di un patrimonio storico-culturale accumulato lungo nove secoli.

  Il bottino venne diviso e metà andò ai veneziani, come pattuito. I crociati saldarono i cinquantamila marchi d’argento rimanenti del debito con i veneziani e circa centomila spartirono tra di loro. La spartizione si fece rispettando rigorosamente i ranghi: un cavaliere ricevette il doppio di un sergente a cavallo e un sergente a cavallo il corrispondente di due sergenti a piedi. Villehardouin assicura che nessuno ne ebbe di più per rango o per merito. Il cronista calcola in quattrocentomila marchi d’argento l’ammontare del bottino senza contare la parte dei veneziani e ciò che fu rubato.  Circa diecimila cavalli toccarono ai francesi e altrettanti ne ebbero i veneziani.

  Spartito il bottino e passata l’ebbrezza malsana dei giorni di distruzione e razzia, il pensiero dei latini si volse alla necessità di organizzare il governo dell’impero che, salvo la capitale, era ancora tutto da conquistare. L’assemblea dell’esercito convocata per discutere sull’elezione dell’imperatore riuscì, dopo lunghe discussioni, a stabilire soltanto il giorno in cui si sarebbero scelto i dodici elettori. Tra i molti candidati, furono ritenuti i più idonei all’alta carica il marchese Bonifacio di Monferrato e il conte Baldovino di Fiandra e di Hainuat. Sorse allora il timore che, come era già successo a Gerusalemme al tempo dell’elezione di Goffredo di Buglione, lo sconfitto si vendicasse abbandonando l’esercito e convincendo altri cavalieri a seguire il suo esempio e ciò poteva significare la perdita della terra appena conquistata. Per correre ai ripari si stabilì che allo sconfitto sarebbero stati assegnati i territori dell’Asia Minore e il Peloponneso e lui sarebbe divenuto vassallo dell’imperatore. Il marchese di Monferrato aveva buone credenziali per aspirare al trono, non soltanto per essere il più idoneo data l’esperienza politica e militare, ma anche perché contava con l’appoggio del popolo bizantino che di recente lo aveva acclamato imperatore per le strade, memore dei legami di parentela che univano i Monferrato alla famiglia imperiale di Michele Comneno. Bonifacio era inoltre imparentato con le più importanti teste coronate d’Europa, dalle quali era tenuto in grande stima. Ma proprio ciò che lo rendeva il candidato più auspicabile per guidare l’appena nato impero, era sospetto agli occhi di Enrico Dandolo. Il marchese non sarebbe stato un imperatore facilmente influenzabile, aveva capacità e sostegni per essere in grado di portare avanti una politica indipendente. Il Dandolo non dimenticava neppure l’amicizia dei Monferrato con Genova, la grande rivale di Venezia.  I dodici elettori si riunirono a porte chiuse in una cappella del palazzo dove alloggiava il doge e la loro elezione ricadde sul giovane Baldovino di Fiandra e di Hainaut una delle cui doti più apprezzate era la sua ammirazione per Enrico Dandolo.

   Bonifacio accettò la sconfitta e rese omaggio al rivale; durante l’incoronazione fu lui l’incaricato di portare la corona; il giorno prima aveva sposato l’imperatrice Maria, vedova di Isacco II Angelo.

  Baldovino fu incoronato imperatore il 16 maggio 1204 in Santa Sofia; Roberto di Clari ci ha lasciato una testimonianza particolareggiata della solenne cerimonia. Arrivato a Santa Sofia il futuro imperatore fu portato in una camera dove ebbe luogo il rito della vestizione: dopo essere stato spogliato di tutti i suoi panni, gli furono messe le calze di sciamito vermiglio e le scarpe vermiglie cariche di pietre preziose e gli si fece indossare una cotta chiusa davanti e dietro fino alla vita da bottoni d’oro. Sopra la cotta gli fu sistemato il pallium, toga imperiale che si portava alla maniera di quella romana, anche questa colma di pietre preziose e per ultimo gli si coprirono le spalle con il ricchissimo mantello imperiale, gremito anch’esso di pietre preziose e con l’aquila imperiale ricamata sopra. Secondo l’entusiastica descrizione del cronista, le pietre preziose erano tante da far splendere il mantello come se fosse illuminato. Così vestito Baldovino fu condotto davanti all’altar maggiore preceduto dal conte Luigi di Blois e Chartres che recava il gonfalone imperiale, la sua spada la portava il conte di Saint-Pol e due vescovi sostenevano le braccia del marchese di Monferrato che sorreggeva la corona; dietro Baldovino venivano due vescovi. Davanti all’altare il conte di Fiandra e di Hainaut s’inginocchiò e venne spogliato del mantello, del pallium e della cotta rimanendo nudo dalla vita in su e fu unto. Il rito dell’unzione con l’olio di oliva risale all’Antico Testamento. L’unzione in Israele, riservata al re e ai profeti e più tardi anche ai grandi sacerdoti, era il mezzo con cui Jahvé consacrava i suoi eletti e li introduceva nella sfera del divino. Con l’unzione anche l’imperatore bizantino entrava nel cerchio della Divinità, degli eletti del Signore e acquistava il diritto a regnare che Dio stesso gli concedeva. I sudditi con la cerimonia dell’adorazione riconoscevano la sacralità della persona dell’imperatore e il suo diritto a regnare sul suo popolo.

  Una volta unto Baldovino fu rivestito e si procedette al momento culminante della cerimonia: l’incoronazione. Fu benedetta la corona che due vescovi tenevano sull’altare, poi tutti i vescovi insieme la presero e la depositarono sulla testa di Baldovino che divenne così il primo imperatore dell’Impero Latino di Costantinopoli; seguì una Messa solenne. Al termine della cerimonia, il novello imperatore fu condotto in sella a un bianco palafreno fino al palazzo di Bukoleon, lasciato libero sicuramente suo malgrado dal marchese di Monferrato. Nel Bukoleon l’imperatore sedette sul trono di Costantino e ricevette l’adorazione dei sudditi.

  Baldovino I avrebbe regnato pochi mesi; caduto nelle mani dello zar bulgaro Giovanni Kalojan  nella disfatta di Adrianopoli e portato prigioniero in Bulgaria, sarebbe morto qualche tempo dopo.  Gli succedette suo fratello Enrico, il quale possedeva tutte le qualità per essere un grande imperatore che a Baldovino mancavano. Nei dieci anni del suo regno, Enrico di Fiandra riuscì a far rinascere e  riaffermarsi l’impero in decadenza che aveva contribuito a conquistare.

  Cinquantasette anni dopo, nel 1261 Michele VIII Paleologo, entrando in Costantinopoli, avrebbe messo fine all’Impero Latino di Costantinopoli.

Gladis Alicia Pereyra