René Clair

René-Lucien Chomette, in arte René Clair, nasce l’11 novembre 1898 a Parigi, nella zona intorno ai mercati di Les Halles (oggi scomparsi e su cui è sorta la supermoderna area culturale del Centre Pompidou), dove suo padre lavorava.

Arriva al cinema quando è già noto scrittore e giornalista affermato e perciò quasi sempre ha adattato o riscritto le storie da lui raccontate sul grande schermo. Fin dai primi lavori Clair – che aveva esordito come attore nelle pellicole di Louis Feuillade – amava mescolare fantasia e realtà, e li ambientava soprattutto nell’amatissima Parigi.

“Paris qui dort” (1923) narra di uno scienziato che fa addormentare l’intera metropoli; a cui segue il celebre “Entr’acte” (1924), un cortometraggio di 22 minuti che doveva servire da intermezzo a un balletto di Francis Picabia, scrittore e poeta alla guida del movimento dadaista. Un film nuovo, se vogliamo rivoluzionario, anche se non riusciva negli intenti satirici che l’autore si era proposto, ma dove la raffinatezza e la composizione dell’immagine diventavano davvero rivoluzionarie.

Negli anni successivi realizza “Le voyage imaginaire” (1925), un omaggio al grande Georges Meliès, maestro e pioniere del cinema fantastico; “Le fantome du Moulin Rouge” (1924) e “La proie de vent” che soffrivano della frenetica realizzazione ma anche del fatto che il regista non era tagliato per il dramma tout court. Però anche queste opere inserivano delle novità nel linguaggio cinematografico come nella scena in cui la cinepresa “vede” attraverso gli occhi del protagonista: la soggettiva. Clair anticipava in questo modo di cinque anni “Il Dr. Jekyll” di Robert Mamoulian.

Il suo film più famoso del periodo è “Un cappello di paglia di Firenze” (1927), anche perché oltre alla fonte ricca di gag e di trovate che è la pièce originale di Eugène Labiche, Clair aggiunse quella sua inimitabile effervescenza e il fascino della Belle époque.

Ma è dopo l’avvento del sonoro che il regista diventa definitivamente “il poeta di Parigi” con l’indimenticabile “Sotto i tetti di Parigi” (1930), appunto, seguito da una commedia musical-frenetica qual è “Il milione” (1931), anch’essa tratta da una pièce (di Georges Berr), dalla struttura a inseguimento e dal ritmo scatenato come “Un cappello di paglia di Firenze”, e dal celeberrimo “A me la libertà” (A nous la liberté, 1931).

“Era l’epoca in cui mi sentivo più vicino all’estrema sinistra – dichiarava Clair ‑ e volevo combattere la macchina quando, invece di contribuire alla felicità dell’uomo, lo rende schiavo”.

Vista la somiglianza con “Tempi moderni” di Charlie Chaplin (1936), la casa di produzione, allora controllata direttamente da Goebbels, cercò di accusare l’attore-regista inglese di plagio, ma fu lo stesso Clair a difenderlo: “Siamo in debito verso quell’uomo che ammiro – disse -. Se fosse vero che si è ispirato al mio film sarebbe per me un onore”.

E la poesia di René Clair riappare con tutto il suo splendore in “Per le vie di Parigi” (1932), dove una storia convenzionale diventa il poema della gente comune. Infatti, se molti oggi accusano il maestro – senza prendere in considerazione l’epoca e il modo in cui sono stati realizzati i film ‑ di debolezza dell’intreccio non hanno fatto i conti con “la leggerezza” (in senso positivo) del tocco e l’originalità dell’idea e della narrazione. Oggi molte trovate di linguaggio e della tecnica cinematografica vengono date per scontate, ma allora bisognava “inventarle” per forza, sia per mancanza di mezzi sia perché non c’erano regole da seguire né da rispettare. Anche perché quello che oggi può essere banale o convenzionale, allora non lo era affatto.

L’autore firma poi “L’ultimo miliardario”, su un immaginario dittatore, che non ebbe il successo sperato e, anzi, viene attaccato da più parti. Il regista ‘approfitta’ di questo fatto per emigrare in Inghilterra, accettando la proposta del produttore-regista Alexander Korda di dirigere per lui “Il fantasma galante” (1935). Prima di lasciare la Gran Bretagna per l’America, Clair realizza anche “Vogliamo la celebrità” (1937), rifacimento di un film francese di cui aveva acquistato i diritti, e ne progetta altri che poi non riesce a realizzare.

A Hollywood debutta con “L’ammaliatrice” (1940) con la divina Marlene Dietrich, anche lei immigrata di lusso, una commedia brillante di ‘ripiego’, così come l’episodio che dirigerà successivamente in “Per sempre e un giorno ancora” (1943) – prendendo il posto di Alfred Hitchcock ‑, un film per la Croce Rossa.

“Fu la sola volta – disse poi il regista – che dovetti dirigere scene che non erano state scritte da me”.

Ma la grande occasione americana del francese Clair è stata “Ho sposato una strega” (1942), dove ritrovava le atmosfere tra fantasia e realtà che lo contraddistinguevano: la magica poesia del sogno. Il film ha, negli anni, ispirato tanti remake, variazioni sul tema, persino i tanti serial televisivi americani che hanno per protagonista una romantica strega, ovvero una strega bianca: positiva, cioè “buona”. Tanto che l’autore parigino usa poi la stessa formula anche nel successivo “Accadde domani” (1944), mentre il cinema americano, travolto dalla guerra, riscopriva invece il realismo.

Scartati i film bellici che gli erano stati proposti, René Clair acquista i diritti del giallo di Agatha Christie “Dieci piccoli indiani” e realizza il film per la 20th Century Fox. La pellicola ha un buon successo, ma il regista francese decise che il suo volontario esilio era finito.

Torna a Parigi nel 1945, ma la trova cambiata e si sente per la prima volta “come uno straniero” in patria. E questa tristezza, per aver perso una parte della sua amata Parigi, l’autore la trasforma nella malinconia che pervade i suoi film della maturità: “Il silenzio è d’oro” (1947), qualcosa di più e di meglio di un omaggio al cinema muto; le commedie con Gérard Philipe “La bellezza del diavolo” (1949), “Le belle della notte” (1952) e “Le grandi manovre” (1955), dove oltre a riproporre l’affascinante mondo dei sogni, Clair riscopre l’amore quale tema portante della storia e segna l’affermazione internazionale del bellissimo e bravissimo attore, allora re del palcoscenico.

Il ritorno al tema dell’amicizia farà del “Quartiere dei lillà” (1957) l’ultimo capolavoro dell’autore, dove l’amara, anzi tragica, poesia della vita soppiantava definitamene il sogno.

Nel 1960, René Clair fu il primo regista ad essere insignito del titolo di Accademico di Francia, ma questo non gli impedì di continuare a girare ancora un film dopo l’altro, anche se non raggiungerà più i livelli del grande poeta dello schermo degli anni Venti-Trenta.

Comunque, con “Per il re, per la patria e per Susanna” (1965), ritrova la forza e lo spirito satirico giusto per costruire quella commedia contro la guerra che voleva realizzare da tempo. Ma il film fu un fiasco al botteghino e lo costrinse a tornare dietro la scrivania, a fare lo scrittore come agli inizi della sua carriera, lavorando sporadicamente anche per il piccolo schermo.

René Clair, uno dei maestri del cinema francese degli anni Trenta – con Jean Renoir, Marcel Carné e Henri-Georges Clouzot –, morì a Neuilly-sur-Seine il 15 marzo 1981, proprio cinquant’anni dopo la realizzazione dei suoi capolavori più famosi “Le Million” e “A nous la liberté”, senz’altro i più citati e, perché no, ‘scopiazzati’ persino oggi.

FILMOGRAFIA

1923 Paris qui dort

1924 Entr’acte (cortometraggio)

1925 Le voyage imaginaire

1926 La proie du vent

1927 Un cappello di paglia di Firenze

1928 I due timidi; La tour (cortometraggio)

1930 Sotto i tetti di Parigi

1931 Il milione; A me la libertà

1932 Per le vie di Parigi

1934 L’ultimo miliardario;

1935 Il fantasma galante (GB)

1937 Vogliamo la celebrità

1940 L’ammaliatrice Usa)

1942 Ho sposato una strega

1943 Per sempre e un giorno ancora (“1897”, episodio)

1944 Accadde domani (altri titoli: “Ora X: colpo sensazionale”

e “Avvenne… domani”)

1945 Dieci piccoli indiani

1947 Il silenzio è d’oro

1949 La bellezza del diavolo

1952 Le belle della notte; Le rouge est mis (cortometraggio)

1955 Le grandi manovre

1957 Il Quartiere dei Lillà

1960 La francese e l’amore (“Il matrimonio”, episodio)

1961 Tutto l’oro del mondo

1962 Le quattro verità (“I due piccioni”, episodio)

1964 Les Fables de La Fontaine (tv, un episodio)

1965 Per il re, per la patria e per Susanna (Les fetes galantes)