Enrico di Fiandra

Enrico di Fiandra

Imperatore di Costantinopoli

 Parte seconda

  Il passaggio da reggente a imperatore non modificò la vita di Enrico che poco dopo l’incoronazione dovette partire chiamato in soccorso di Adrianopoli. Giovanni Kalojan era sceso nuovamente in Romania seminando lungo la strada massacri e devastazioni; arrivato al Didimot lo aveva preso e abbattuto. I suoi uomini compivano razzie nelle terre circostanti catturando gli abitanti e facendo bottino di bestiame e ogni genere di beni. Enrico marciò verso Adrianopoli con le sue schiere in ordine di battaglia. Kalojan, informato del suo arrivo, ripiegò verso la Bulgaria portando più di ventimila prigionieri e una grande quantità di capi di bestiame. Il re bulgaro non sembrava volesse misurarsi direttamente con l’imperatore, nonostante la superiorità numerica del suo esercito; la sua tattica era colpire nei luoghi dove la difesa era più debole e razziare, distruggere e sterminare, per poi tornare al suo paese con un grande bottino e prigionieri. Evitando lo scontro diretto con truppe esigue ma agguerrite che gli avrebbero occasionato gravi perdite cercava, con poca spesa, di mettere in ginocchio l’impero e logorare le forze francesi costringendole a disperdersi in continui spostamenti per accorrere in soccorso delle popolazione attaccate. In passato, dopo aver  raso al suolo il castello di la Serre, aveva marciato contro Salonicco dove si trovava il marchese di Monferrato ma non aveva osato attaccarla e si era limitato a depredare il circondario. Incoronato due anni prima imperatore di Valacchia e Bulgaria dal cardinale Leone, legato pontificio, Giovanni Kalojan mirava all’unificazione sotto il suo dominio dell’intera penisola Balcanica. In quella fase, la sua guerra contro i nuovi signori occidentali dell’impero bizantino era di sterminio e distruzione. Un capo degli alleati cumani avrebbe messo fine alle sue ambizioni e scelleratezze, uccidendolo durante l’assedio di Tessalonica qualche mese dopo che, in una imboscata tesa dai suoi bulgari, aveva perso la vita Bonifacio di Monferrato, uno dei suoi più temibili nemici.

  Enrico non rimase che un giorno accampato davanti ad Adrianopoli i cui abitanti lo aspettavano con ansia; constatò i danni arrecati a torri e mura e proseguì all’inseguimento degli invasori. Enrico cavalcò dietro Kalojan per quattro giorni; gli abitanti delle città greche, ancora alleate del re bulgaro, fuggirono all’arrivo delle schiere imperiali lasciando in loro balia grandi bottini di grano e bestiame. La notizia che i bulgari con i prigionieri erano in una valle a tre leghe di distanza, arrivò all’esercito francese quando si trovava accampato davanti a Blisme, città trovata vuota come le altre. Enrico ordinò di andare a liberare i prigionieri ai greci fuggiaschi del Didimot e a quelli di Adrianopoli che lo accompagnavano; alla spedizione parteciparono due corpi di cavalieri comandati da suo fratello Eustachio e da Macario di Sainte-Menehould. Liberare ventimila persone non fu un’impresa facile; i prigionieri avevano tremila carri e con loro viaggiavano molti capi di bestiame. Quale battaglia possa essersi ingaggiata tra francesi e bulgari in mezzo a famiglie di contadini terrorizzate, vacche, bufali, buoi e tutto il resto, non è facile da immaginare. La confusione fu pari all’asprezza del combattimento che vide francesi e greci vincitori. Tra i morti e i feriti rimasti sul campo si contavano molti prigionieri di ambo i sessi e bambini, oltre a cavalli e capi di bestiame.

  All’accampamento di fronte a Blisme arrivò una carovana lunga due leghe, come ci informa Villeardouin; i prigionieri liberati viaggiavano sui loro carri scortati dai cavalieri e preceduti dal bestiame. Il ritorno verso Adrianopoli deve essere stato molto lento; Enrico avrà avuto tutto il tempo di assaporare la sua doppia vittoria: aveva inferto una dura sconfitta al nemico e allo stesso tempo si era affermato davanti ai sudditi greci, sempre pronti a passare dalla parte dell’avversario, come il loro autentico sovrano, non solo disposto a tartassarli con tributi, ma anche a proteggerli e ad accorrere in loro difesa ogni qual volta fosse necessario.

  Di ritorno ad Adrianopoli, Enrico congedò i prigionieri liberati, ma tenne per l’esercito il bestiame; in seguito si recò al Didimot per verificare i danni causati dai bulgari e valutare la possibilità di ricostruzione. Il castello e il borgo erano stati rasi al suolo, era necessario ricostruirli interamente: Enrico e i suoi baroni decisero che non ne valeva la pena. Mentre si trovava accampato davanti al castello abbattuto, Enrico ricevette la visita di Ottone della Roche, emissario del marchese di Monferrato e portatore della notizia che Agnese, figlia di Bonifacio, era arrivata dal Monferrato e soggiornava con il padre e la matrigna a Salonicco. Secondo accordi presi in precedenza, Enrico avrebbe dovuto sposare Agnese e ora la dama era arrivata e il marchese chiedeva la conferma dei patti. Patti che furono confermati dall’imperatore e l’impegno per il matrimonio fu siglato da ambedue le parti.

  Lasciate le rovine del Didimot, l’imperatore si recò in Bulgaria a ricambiare la visita al suo nemico. Prese l’odierna Burgas in riva al Mar Nero, allora chiamata Ferme, l’occupò e saccheggiò per quattro giorni prima di farla distruggere e incendiare. I suoi uomini razziarono il circondario e distrussero anche l’Aquile, oggi Akilo. Con un enorme bottino composto principalmente di bestiame, Enrico e le sue schiere tornarono ad Adrianopoli e vi rimasero fino a Ognissanti. L’inverno ormai alle porte impediva nuove spedizioni; Enrico lasciò un presidio di venti cavalieri agli ordini di Pietro di Radinghen e si avviò verso Costantinopoli.

  Messo un momentaneo freno alle scorrerie bulgare, un nuovo fronte tenne occupati i cavalieri di Enrico durante l’inverno. Tempo prima era stata stipulata una tregua tra l’imperatore e Teodoro Lascaris -Toldre l’Ascre, come viene chiamato nella cronaca di Villehardouin-. Teodoro non rispettò la tregua costringendo l’imperatore a mandare alla città dell’Espigal Pietro di Bracieux, il quale era stato costretto ad abbandonarla chiamato dal suo signore Luigi di Blois e Chartres  al tempo della disastrosa spedizione per recuperare Adrianopoli. Con Pietro partirono Paien d’Orleans, Eustacchio, fratello dell’imperatore e centoventi cavalieri.

  Altri cavalieri dovettero lasciare Costantinopoli appena passato il Natale, in quell’occasione non per marciare contro il nemico, ma per andare ad attendere Agnese di Monferrato che, a bordo di una galea, sarebbe arrivata nella città di Aines e condurla dall’augusto sposo. Della piacevole missione furono incaricati l’immancabile Goffredo di Villardouin e Milon le Brébant.

  Le nozze imperiali si celebrarono domenica quattro febbraio 1207 nella chiesa di Santa Sofia e gli sfarzosi festeggiamenti, a cui prese parte l’intera alta corte, ebbero luogo nel palazzo Bukoleon. Villehardouin ci fa sapere che entrambi gli sposi portavano la corona imperiale. Il marchese di Monferrato non fu presente alle nozze, occupato a fortificare nuovamente il castello di la Serre che Kalojan aveva danneggiato. Quel matrimonio compensava in certo modo Bonifacio della mancata ascesa al trono e prima di venire ucciso avrebbe avuto la soddisfazione di sapere che l’imperatrice aspettava un erede che, se fosse stato maschio, un giorno avrebbe occupato il seggio a lui negato.

  Teodoro Lascaris che teneva impegnate molte schiere della cavalleria imperiale sul versante asiatico, invitò Kalojan ad attaccare dalla parte opposta in modo tale da chiudere Enrico, rimasto a Costantinopoli con poche forze, in un cerchio difficile da spezzare. Il re bulgaro non si fece pregare e scese in Romania con un grande esercito. Mentre i suoi alleati cumani facevano scorrerie fino alle porte stesse di Costantinopoli, lui mise l’assedio ad Adrianopoli e cominciò a martoriarla con le bordate di trentatre petrieri. Dietro le mura, Pietro di Radinghen e la ventina di cavalieri lasciati da Enrico a custodia della città, nonostante la collaborazione dei greci, avevano assai poche possibilità di resistere e si affrettarono a inviare messi all’imperatore con la richiesta di aiuto.

  Alla notizia dell’assedio di Adrianopoli, Enrico decise di richiamare gran parte della cavalleria distaccata sul fronte asiatico; Pietro di Bracieux rimase con pochi uomini a difendere Equise, città vicina a Espigal da lui fortificata. Era ciò che Teodoro attendeva; non appena seppe della partenza del fratello di Enrico con le sue schiere, si  accampò sotto le mura della città rimasta poco guarnita. Pietro non si perse d’animo e fece alcune sortite ingaggiando battaglia con sorte alterna. Portando avanti il suo piano di aprire più fronti per disperdere le forze imperiali e sicuro che a Equise erano rimasti pochi difensori, Teodoro Lascaris fece confluire alcune schiere del suo esercito e quante galee poté adunare sul castello di Chivetot che in quel momento Guglielmo di Sains fortificava, con l’intenzione di attaccarlo da terra e dal mare. Il sabato di mezza quaresima cominciò l’assalto; nel castello c’era un presidio di quaranta cavalieri agli ordini di Macario di Sainte-Menehould e per via delle fortificazioni ancora incomplete che rendevano inutili le macchine di assedio, difensori e attaccanti si combatterono con lance e spade. I quaranta cavalieri latini erano tra i migliori e la loro furiosa resistenza tenne testa agli uomini di Teodoro per l’intera giornata, ma la situazione era disperata. Al calar della notte la battaglia fu sospesa; Villehardouin  racconta che tra i difensori quegli incolumi non arrivavano a cinque, ma per fortuna c’era un solo morto. Prima che cominciasse l’attacco erano partiti verso Costantinopoli messaggeri in cerca di rinforzi. L’imperatore riuscì a radunare diciassette galee e insieme ai pochi cavalieri che erano con lui, tra cui Conon de Bethun, il maresciallo di Villehardouin e Milon le Brevant, s’imbarcò e partì senza perdere tempo. Prima di salpare fece gridare per tutta Costantinopoli che il Chivetot era in pericolo e chi poteva lo seguisse. Veneziani e pisani risposero a gara e mentre i galeotti dell’imperatore si curvavano sui remi per tutta la notte, altre navi presero il mare verso il castello assediato. Enrico arrivò con la sua piccola flotta davanti allo Chivetot allo spuntar del sole; i greci che si accingevano a ricominciare l’attacco, non appena videro le galee imperiali dimenticarono il castello e voltando le prue puntarono verso i nuovi arrivati, mentre il loro esercito si allineava lungo la riva. Se Enrico poteva contare su diciassette galee, gli uomini del Lascaris ne avevano sessanta e confidavano sulla loro enorme superiorità numerica per far arretrare l’avversario prima di scontrarsi. Altre volte i bizantini si erano illusi di poter mettere in fuga l’esercito crociato con la schiacciante prevalenza numerica, ottenendo come risultato la propria precipitosa ritirata davanti alla temeraria avanzata dei latini e così andò anche in questa occasione. Le galee imperiali vogarono decise verso il nemico e quelle bizantine ritornarono a riva cercando la copertura degli arcieri dell’esercito. Enrico con le sue diciassette galee assediò per tutta la giornata l’armata e l’oste greco che non si mossero: il castello martoriato ebbe il tempo di curare i suoi feriti. Non era ancora calata la sera quando le galee degli italiani arrivarono ed erano tante da capovolgere il rapporto di forza.  L’imperatore decise di attaccare non appena si fosse fatto giorno ma durante la notte gli uomini di Teodoro spinsero sulla spiaggia le loro navi e le incendiarono, per poi dileguarsi nel buio. Al mattino l’imperatore entrò con la sua gente nel castello assediato: i feriti erano tanti e molti quelli gravi. Enrico si accertò sul reale stato della fortezza, comprovò che era in pessime condizioni e decise di abbandonarla; il presidio fu smantellato, si portarono i feriti sulle navi e la flotta ripartì.

  Per tutto il mese di aprile Giovanni Kalojan assediò Adrianopoli senza che Enrico potesse recare aiuto, impegnato come era sul fronte asiatico. A far togliere l’assedio ci pensarono i cumani che una volta compiute le razzie ritornarono nel loro paese con le prede, obiettivo principale, se non l’unico, dell’alleanza con i bulgari. Kalojan senza il loro contributo non si azzardò a prolungare l’assedio, nonostante i suoi zappatori fossero riusciti ad aprire varchi in più punti delle mura e soltanto grazie alla tenace difesa di latini e greci che ormai entravano in contatto diretto con gli assedianti respingendoli con lance e spade, la città resisteva ancora ma la sua caduta era questione di giorni.

  L’assedio era stato tolto e la popolazione esaurita contava i morti e gli ingenti danni arrecati alle difese; se Kalojan fosse tornato non ci sarebbe stato scampo. Nuovamente messaggeri di Adrianopoli sollecitarono Enrico che radunò le forze e si accinse a portarvi soccorso, anche se tardivo, e nuovamente Teodoro glielo impedì.  Il Lascaris aveva stretto un cerchio per terra e per mare intorno a Equise dove si trovavano Pietro di Bracieux e Paien d’Orléans. La flotta composta da diciassette galee era comandata da un pirata calabrese chiamato Giovanni Stirion. Questo avventuriero italiano era a capo della flotta imperiale dai tempi di Isacco II e ora serviva la causa bizantina in esilio. A rendere più preoccupante la situazione in cui si trovava Equise, era una ondata di ribellione nei confronti dei franchi che scuoteva le popolazioni locali. L’imperatore fu costretto a correre a spegnere il nuovo fuoco che minacciava di divampare con conseguenze gravi e ancora una volta Adrianopoli fu lasciata alla sua sorte. Da Costantinopoli partirono quattordici galee equipaggiate dai veneziani e comandate dai migliori cavalieri francesi; arrivata la notizia all’armata bizantina, Esturion, come viene chiamato da Villehardouin Giovanni Stirion, tolse l’assedio e fuggì verso l’Egeo; le galee imperiali lo inseguirono ma una volta attraversata la Bocca d’Avio -i Dardanelli- nell’impossibilità di raggiungerlo, tornarono indietro. Nel frattempo Teodoro aveva fatto sloggiare le sue truppe: l’assedio di Equise era finito. La flotta rientrò a Costantinopoli.

  Non passò molto tempo prima che Enrico dovette imbarcarsi ancora per andare in aiuto di un’altra città assediata dal Lascaris. Quella volta era toccato a Nicomedia, dove Terry di Loos aveva  trasformato in fortezza la chiesa di Santa Sofia. Come altre volte le truppe assedianti evacuarono all’avvicinarsi dell’imperatore: Enrico fortificò la zona e fece ritorno a Costantinopoli.Una scorreria tentata da Terry di Loos e da Guglielmo du Perchoi e finita con la caduta dei due cavalieri insieme a gran parte della sua gente nelle mani degli uomini del Lascaris, fu l’episodio che portò Enrico e Teodoro a firmare una tregua. Teodoro propose un armistizio di due anni e il rilascio dei prigionieri in cambio dell’abbattimento di Equise e della chiesa di Santa Sofia. Enrico si consultò con i suoi baroni e la proposta fu accettata.  Era preferibile perdere le due fortezze anziché continuare a cadere nella trappola che Teodoro tendeva in continuazione, costringendo le forze imperiali a una logorante corsa in difesa delle città assediate; corsa che finiva puntualmente senza la battaglia auspicata da Enrico e che il Lascaris, consapevole del rischio di subire una disastrosa disfatta, si curava bene dall’ingaggiare. Intanto si faceva più incombente il pericolo di perdere Adrianopoli.

  La tregua permise all’imperatore di occuparsi di Kalojan; un altro dei vantaggi dell’accordo con Teodoro era la rottura di fatto dell’alleanza di quest’ultimo con il re bulgaro. Enrico e le sue schiere si presentarono davanti alle mura mezzo distrutte di Adrianopoli alla fine di giugno del 1207; vi si fermarono un solo giorno per verificare i danni causati dai zappatori bulgari e proseguirono diretti ai territori del nemico.

  In terra di valacchi le schiere imperiali si accamparono davanti a Eului, città costruita ai piedi delle montagne e ripopolata di recente da Giovanni. La popolazione fuggì all’approssimarsi delle truppe francesi e gli abitanti di Adrianopoli che li seguivano con i loro carri fecero grande bottino di grano e altri viveri di cui avevano vitale necessità dopo l’assedio subito; intanto i corridori saccheggiavano le vicinanze. I razziatori si avventuravano imprudentemente in zone impervie dove era facile cadere negli agguati tesi dal nemico, buon conoscitore delle sue montagne. A proteggere i saccheggiatori andarono Eustacchio, fratello dell’imperatore, Anseau de Cayeux e altri cavalieri con alcune schiere che furono sorprese dai valacchi all’uscita di una gola riportando serie perdite; nonostante lo svantaggio geografico, i francesi evitarono la disfatta e tornarono al campo.

  Al ritorno ad Adrianopoli con i carri traboccanti di viveri la spedizione fu ricevuta con entusiasmo e sollievo dagli esausti abitanti. Nell’accampamento antistante Adrianopoli, Enrico ricevette i messi del marchese di Monferrato che lo invitava a incontrarlo nella prateria del fiume Marizza sotto la città di Capesale, l’odierna Ipsala. Enrico lasciò Conon di Bethun con cento cavalieri a custodire la città che ricostruiva le sue fortificazioni e si avviò all’appuntamento. L’incontro nell’amena vallata in quello scorcio di estate fu molto piacevole; per due giorni Enrico e Bonifacio mantennero un amichevole e proficuo colloquio dal quale risultò l’accordo di unire le forze per combattere Kalojan. Enrico riconfermò Bonifacio nel possesso dei suoi territori e il marchese si dichiarò suo vassallo. Tra suocero e genero ci fu anche scambio di notizie domestiche, la più lieta e importante la diede Enrico annunciando la gravidanza dell’imperatrice Agnese, che riempì di gioia il regale nonno. Prima di lasciarsi si diedero appuntamento sulla prateria di Adrianopoli per la fine di ottobre da dove sarebbe partita l’offensiva contro il re Bulgaro. Bonifacio avrebbe mancato l’appuntamento, la morte lo sorprese il 4 settembre in un’imboscata tesa dagli uomini di Kalojan. Lo stesso Kalojan sarebbe stato ucciso, qualche tempo dopo e l’imperatore Enrico avrebbe costretto i bulgari a chiedere la pace.

  Fermate le invasioni bulgare, il conflitto con Teodoro Lascaris proseguì negli anni successivi. Nel 1208 Teodoro fu incoronato imperatore sancendo ufficialmente la nascita dell’Impero di Nicea. Contro il nuovo sovrano, Enrico non esitò a stringere un’alleanza segreta con il sultano selgiuchide di Iconio e nel 1211 inflisse al Lascaris una pesante sconfitta sul Rindaco. Nonostante il prolungarsi delle guerre che richiedeva tante risorse ed energie e la resistenza dei bizantini ad accettare un imperatore latino impostosi con la forza, Enrico riuscì lungo i suoi dieci anni di regno a far risorgere un impero che al momento della sua incoronazione era in pieno declino. Il giovane imperatore era, oltre che un prode guerriero, un eccellente stratega; conferma sono le sue vittorie su nemici superiori per numero, capaci di operare contemporaneamente su fronti diversi, a volte appoggiati dalle popolazioni locali e in territori a loro familiari, condizione quest’ultima che spesso può decidere da sola l’esito di una battaglia. Alle sue innegabili capacità militare Enrico univa grandi doti politico-diplomatiche e un innato senso di giustizia che gli valse l’appoggio dell’aristocrazia bizantina e la fiducia dei ceti più bassi. Per dedicarsi per intero alla riorganizzazione dell’impero firmò nel 1214 a Ninfeo, un trattato di pace con Teodoro Lascaris che marcava i confini dei due imperi. Il trattato dava ai latini la parte nord-occidentale dell’Asia Minore fino a Adriamittio e ai bizantini le terre che si estendevano al di là di questo confine fino alla frontiera del sultanato di Iconio.

  La politica di Enrico, al contrario di quella di suo fratello Baldovino, fu di apertura e di rispetto  verso abitudine e cultura del popolo conquistato. Lungi dal perseguitare la chiesa ortodossa in più di un’occasione prese le sue difese, contrastando il volere del legato di Roma. La sua politica distensiva non gli impedì di avere mano ferma quando la situazione lo richiedeva come seppe dimostrare nel reprimere una sollevazione in Tessalonica.

  Enrico di Fiandra fu il più grande sovrano dell’impero latino di Costantinopoli; alla sua morte repentina avvenuta a Tessalonica nel 1216 -probabilmente avvelenato dalla seconda moglie, una principessa greca- l’impero in decadenza che i crociati avevano conquistato si era trasformato, per opera sua,  in un solido e fiorente stato.
Gladis Alicia Pereyra