La conquista di Costantinopoli

LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI

LA QUARTA CROCIATA

I CROCIATI ENTRANO IN COSTANTINOPOLI

 

  Nel biasimare Murzuflo, divenuto imperatore con il nome di Alessio V, si trovarono d’accordo  cronisti bizantini e francesi, anche se per ragioni molto diverse. Niceta Coniate condanna nel nuovo imperatore l’incapacità di agire, l’avidità e la presunzione di  ritenersi in grado di  padroneggiare ogni situazione, persino quella assai minacciosa creata dall’esercito crociato stanziato a Galata -sottovalutare i latini  sarebbe costato a Murzuflo la corona e la vita-. Alessio V aveva tolto a Niceta la carica di gran logoteta1 per affidarla a Filocalio, suo suocero, uomo non all’altezza di una tale responsabilità, secondo il cronista, ma fedelissimo all’imperatore; è probabile che il risentimento abbia avuto la sua parte nel giudizio di Niceta che, tuttavia, non può dirsi privo di obiettività. Alessio Duca, accecato dall’ambizione, non fu capace di considerare i rischi che il suo delitto comportava e a quali pericoli si esponeva chiunque, in simili circostanze, avesse preso la corona; non è un caso che tutti coloro a cui era stata offerta l’avessero rifiutato. Se non risulta difficile constatare l’incapacità di Murzuflo come stratega militare, è più problematico dare un giudizio sulle sue doti politiche a causa della brevità del suo regno e delle disastrose condizioni in cui l’impero si trovava. Provò a rifornire le vuote casse imperiali spogliando quella parte dell’aristocrazia che aveva accresciuto le sue ricchezze con il favore dei precedenti basileus e non esitò ad adoperare la tortura per far rendere conto dell’origine delle loro entrate a molti di coloro che avevano occupato alte cariche durante il regno degli Angelo. Il risultato fu che in brevissimo tempo riuscì a perdere l’appoggio dei potenti senza che il deficit dell’erario fosse colmato. Neanche il favore dei parenti e della corte lo accompagnò a lungo: a quanto sembra, motivo del malcontento furono le misure restrittive che impose loro, mirate sicuramente a evitare che gli scarsi averi dell’erario venissero dilapidati in fasti eccessivi. Il popolo invece continuava ad accordargli fiducia grazie ad alcune sortite fortunate che nei primi tempi frenarono in parte le scorrerie dei latini e a certe misure di sicurezza insufficienti a fronteggiare l’assalto crociato, ma che agli occhi del volgo apparivano rassicuranti.

  Per la morale cavalleresca dei crociati, Alessio V si era macchiato del più orrendo dei crimini: il tradimento e l’assassinio del proprio sovrano e non si poteva tollerare che governasse un uomo responsabile di un tale delitto.2 Nel consiglio che tennero i baroni e il doge per decidere l’atteggiamento da prendere davanti all’accaduto, i vescovi si spinsero a sostenere che chi permetteva a Murzuflo di reggere l’impero si faceva complice del suo crimine; un altro delitto che il clero non era disposto a sopportare era la decisione di Alessio V di sottrarre nuovamente la chiesa bizantina all’autorità del papa. Combattere per conquistare Costantinopoli era, quindi, doveroso e tutti quelli che sarebbero periti nell’impresa avrebbero avuto il perdono eterno, se confessati. Villehardouin afferma che l’esortazione del clero fu di grande conforto per baroni e pellegrini: l’assalto finale alla città cristiana, ma ribelle a Roma, aveva la benedizione dei rappresentanti della chiesa.  Le azioni di guerra, rallentate durante l’inverno, ripresero frequenza e intensità ed entrambe le parti si preparavano per lo scontro decisivo. I veneziani costruivano scale e passerelle con le antenne delle navi e i bizantini rialzavano con impalcature di legno le mura dalla parte del mare; le torri erano state rinforzate in precedenza con coperture di legno e cuoio e più di quaranta petrieri erano stati piazzati lungo le mura nei punti dove si aspettava l’assalto dei francesi. Niceta ci dice che a ogni ingresso della città Murzuflo dispose che ci fossero i trombettieri e comandò che le legioni, seguendo il suo esempio, avessero sempre la spada cinta e le mazze d’armi a portata di mano. I preparativi bellici dei bizantini furono più vistosi che efficaci, tranquillizzavano il popolino, ma non uomini accorti come Niceta che si preparavano al peggio. Veneziani e crociati da parte loro, persa con la morte di Alessio IV la più remota speranza di avere la ricompensa promessa e poter proseguire per la Terra Santa, si organizzavano non già per ottenere il pagamento stipulato, ma per impadronirsi della città. Giovanni Kalojan, secondo la versione di Roberto di Clari, propose ai crociati d’inviare in loro aiuto centomila uomini e, una volta presa Costantinopoli, di dichiararsi loro vassallo. La proposta non fu accettata e i crociati avrebbero pagato quel rifiuto con la vita dei  loro uomini migliori e con terribili devastazioni che il Kalojan avrebbe compiuto a danno dell’appena nato Impero Latino di Oriente.

  Per alleviare le penurie dell’oste, Enrico di Fiandra fece un’incursione a Filée, città situata sulla costa del Mar Nero; con lui andarono una trentina di cavalieri e molti sergenti a cavallo. Di ritorno, dopo due giorni di saccheggio, con un ricco bottino di prigionieri, vesti e soprattutto di bestiame, i latini si scontrarono con Murzuflo che, avvisato della loro scorreria, era uscito per fermarli. All’ingresso di un bosco, l’imperatore tese un agguato alla retroguardia, formata da Enrico e dalla sua gente; i cavalieri latini reagirono con impeto, nonostante la sorpresa e l’inferiorità numerica. Terrorizzati dal violento contrattacco, i greci, dopo aver perso una ventina di cavalieri, fuggirono lasciando solo il loro sovrano che corse il rischio di essere fatto prigioniero o addirittura ucciso, prima di intraprendere anche lui la fuga. Sul campo rimasero il gonfalone imperiale e una ricca icona rappresentante la Santa Vergine che i greci portavano in battaglia. Niceta Coniate, raccontando l’episodio, dice che l’icona fu strappata a Murzuflo; la versione dei cronisti francesi è assai diversa: Muzurflo avrebbe perso l’icona insieme al suo gonfalone nell’ansia della fuga.

  Roberto di Clari, nel suo stile colorito, racconta come Murzuflo fece credere di essere stato il vincitore dello scontro con Enrico e a tutti quelli che chiedevano dell’icona e del gonfalone rispondeva che erano in salvo. La voce arrivò all’esercito latino che smentì il basileus facendo navigare, da un estremo all’altro delle mura, una galea con l’icona e il gonfalone sistemati in alto perché fossero ben visibili e agli afflitti abitanti della città non restassero dubbi su come erano andate le sorti della battaglia.

  Nella sua cronaca Niceta Coniate parla di un incontro, avvenuto al Cosmedium, tra Murzuflo ed Enrico Dandolo, per trattare la pace. Il Dandolo e i baroni che lo accompagnavano avrebbero chiesto ad Alessio la somma di cinquantamila scudi d’oro, probabilmente a saldo del credito vantato nei confronti dei precedenti imperatori. L’abboccamento sarebbe stato interrotto da una carica della cavalleria latina per tentare di uccidere Murzuflo il quale sarebbe riuscito a fuggire; non così molti del suo seguito che sarebbero caduti prigionieri. Un episodio analogo è riportato dal di Clari, ma nella sua versione l’incontro sarebbe avvenuto tra il doge e Alessio IV. Villehardouin non menziona nessuno dei due episodi.

  Una volta presa la decisione di conquistare Costantinopoli, i condottieri crociati si riunirono in consiglio con i veneziani per concordare il modo in cui avrebbero eletto il nuovo imperatore, se l’impresa fosse riuscita. Secondo Roberto di Clari, si decise di scegliere venti elettori: dieci tra i migliori cavalieri dell’oste francese e dieci veneziani; il basileus designato avrebbe avuto la quarta parte della città e dell’impero; il resto sarebbe stato spartito a metà tra francesi e veneziani. Una clausola imponeva che se l’imperatore eletto fosse stato francese, il patriarcato sarebbe andato a un veneziano e viceversa.  L’intero oste dovette giurare sui santi, sempre secondo di Clari, che tutto il bottino d’oro, argento, drappi nuovi e ogni altra cosa del valore di cinque soldi o più sarebbe stata proprietà dell’oste. Si fece speciale divieto di far violenza alle donne o di strappar loro le vesti, il divieto si estendeva alle monache; era ugualmente proibito attentare contro il clero, salvo per difesa propria, e distruggere o profanare chiese e monasteri; tranne eccezioni, nessuno di questi divieti fu rispettato dai conquistatori.

  Gli elettori, nella versione di Villehardouin, avrebbero dovuto essere dodici: sei francesi e sei veneziani. All’imperatore eletto, oltre alla quarta parte di tutta la conquista, sarebbero spettati i palazzi di Bukoleon  e delle Blacherne.  Un consiglio di  ventiquattro uomini, dodici per ogni parte, avrebbe  spartito il territorio restante tra francesi e veneziani, assegnato i feudi e stabilito i tributi dovuti all’imperatore. Il patto fu giurato da una parte e dall’altra con la condizione di lasciar libero di ritornare in patria chi così avesse deciso a partire dal marzo dell’anno seguente. La pena per chi  avesse violato il patto era la scomunica. Villehardouin nulla dice su tali divieti.

  Giovedì 8 aprile 1204, si preparò l’attacco. Le sette schiere, ognuna con le sue galee, navi e uscieri, si allinearono lungo un fronte che si estendeva per mezza lega. La mattina del venerdì nove, l’armata mosse verso la città e cominciò l’assalto. Molti scesero a terra, altri sulle scale che sfioravano torri e mura ingaggiarono un violento combattimento con i difensori. I petrieri predisposti dietro le mura entrarono in funzione e una grandinata d’enormi pietre si abbatté sull’oste francese mietendo vittime e distruggendo gli ordigni d’assalto. Lo scontro, durissimo, si protrasse fino a mezza mattinata con grandi perdite per gli attaccanti. I greci difesero le loro posizioni con un coraggio e una determinazione mai dimostrati prima di allora e che di lì a due giorni avrebbero completamente perso. L’attacco fu respinto e i crociati furono costretti a tornare alle navi, molte delle quali lasciarono la riva, altre rimasero ancorate e continuarono a tirare con i petrieri e i mangani. Roberto di Clari racconta che i greci, nell’euforia della vittoria, salivano sopra le mura, si abbassavano le brache e mostravano il didietro al nemico in ritirata.

  L’armata  ritornò a Galata sconfitta. L’idea che l’attacco fosse stato respinto a causa di un peccato fece rapida presa tra gli uomini. Villehardouin dice che l’attacco fu respinto a causa dei peccati, senza specificare quali. Roberto di Clari, invece, afferma chiaramente che il peccato di cui si erano macchiati era stato l’attacco a una città cristiana. Nel sermone della domenica i vescovi si sarebbero incaricati di fugare ogni dubbio affermando, in aperto contrasto con le disposizioni del papa, che la conquista era giusta perché i bizantini si erano ribellati all’autorità di Roma, avevano ucciso il loro legittimo imperatore e, per rafforzare ulteriormente l’immagine negativa, li accusarono di essere peggio dei giudei. Comandarono, pertanto, ai crociati di confessarsi e comunicarsi e di non dubitare della giustezza di assalire Costantinopoli perché i greci erano nemici di Dio.

  Il dubbio si presentò anche nel consiglio che i baroni tennero con il doge di Venezia, non appena rientrati al campo. Alcuni proposero di attaccare dalla parte in cui le mura erano meno fortificate, ma i veneziani scartarono la possibilità per timore che la corrente del Bosforo trascinasse le navi senza che fosse possibile fermarle. Secondo Villehardouin molti avrebbero desiderato che la corrente li trascinasse non importa dove, ma lontano da quella terra, tale era il morale anche tra gli alti ranghi dell’esercito. Si arrivò infine, dopo molto discutere, alla conclusione che sarebbero rimasti nell’accampamento il giorno seguente che era sabato e la domenica per riparare i marchingegni danneggiati e mettere in ordine gli equipaggiamenti e il lunedì avrebbero tentato un nuovo assalto. Si era visto che una sola nave era insufficiente per espugnare una torre data la superiorità numerica dei difensori; si dispose allora di legare due a due le navi che portavano le scale, in modo che all’attacco di ogni torre andassero due navi. Questo provvedimento e il provvidenziale vento che si sarebbe levato durante l’offensiva del lunedì avrebbero non poco contribuito al successo dell’impresa.

  Murzuflo aveva fatto sistemare il padiglione imperiale e le tende vermiglie delle sue schiere sul colle vicino al monastero del Redentore Pantepopte, situato a metà strada tra i palazzi delle Blacherne e il Bukoleon, da dove era facile controllare i movimenti del nemico. La vista dell’imperatore con i suoi uomini sul colle, insieme alla vittoria appena riportata, rassicurò i bizantini e quando la mattina del lunedì 12 aprile la flotta lasciò Galata e si diresse verso la città in formazione di attacco non destò negli abitanti tutto il timore della volta precedente.

  La flotta arrivò davanti alle mura, buttò le ancore e diede inizio a un attacco durissimo che si protrasse per ore. Dalle scale si lanciava contro le torri il fuoco greco3, ma il cuoio con cui erano state rivestite impediva l’incendio; intanto, da dietro le mura, i petrieri tiravano contro le navi senza arrecare grandi danni perché per ripararle erano state costruite coperture con tavole ricoperte da sarmenti di vite. Dal colle dove era accampato Murzuflo giungevano gli squilli delle trombe che si mescolavano al fragore della battaglia. Villehardouin racconta come il vento di bora che si levò a un certo punto abbia spinto due navi, la Pellegrina e la Paradiso, fino a  toccare con le scale una torre, alla quale rapidamente si aggrapparono un veneziano e un cavaliere francese di nome Andrea Durboise e vi penetrarono. Il racconto di Roberto di Clari è, come al solito, più ricco di particolari: il veneziano, secondo la sua versione, entrato per primo sarebbe stato trucidato con le asce dai Varanghi; diversa la sorte del Durboise che introdottosi nella torre in ginocchio, dopo essersi aggrappato con piedi e mani alla bertesca, si alzò e denudò la spada incutendo un tale timore nei difensori da farli fuggire al piano di sotto. I greci che lì si trovavano, nel vedere la precipitosa discesa dei compagni, fuggirono a loro volta lasciando la torre in mano agli attaccanti che vi entrarono in gran numero. Una seconda torre fu presa da Pietro de Bracheux.

  Una volta espugnate le due torri con molto coraggio e non poca fortuna, i crociati non osarono muoversi dal posto conquistato a causa della gran quantità di nemici che si accalcavano dentro le altre torri e sopra e attorno le mura. Di Clari racconta che Pietro di Amiens, suo signore, scese dalla nave con una decina di cavalieri e circa sessanta sergenti e vedendo una postierla murata di recente, ordinò ai suoi uomini di aprirvi un buco. Si cominciò a colpire con asce, spade e picche, mentre dall’alto della muraglia piovevano quadrelle, pece bollente e fuoco greco ma, sotto la copertura degli scudi dei compagni, gli uomini alle prese con il muro continuavano nel loro intento. Il muro cedette finalmente e si aprì un grande buco che permise ai crociati di guardare dentro la città e la folla di uomini armati che videro nelle immediate vicinanze li dissuase dall’andare avanti. Nella schiera di Pietro di Amiens si trovava Aleaume di Clari, religioso fratello del cronista. Aleaume, nonostante l’abito talare, era un ardimentoso guerriero le cui prodezze nella presa della torre di Galata avevano dato adito al fratello di affermare che era secondo soltanto a Pietro di Bracheux4. Di fronte ai tentennamenti dei compagni, Aleaume decise di passare dall’altra parte e inutile fu l’opposizione  di Roberto che arrivò a prenderlo per i piedi nel tentativo di tirarlo fuori dal buco il quale, a quanto pare, non permetteva un agevole passaggio. L’audace prete comparve solo, con la spada in mano, davanti a decine o centinaia di greci armati che, incomprensibilmente terrorizzati dalla sua presenza, si diedero a una fuga precipitosa. E’ forse Aleaume l’epico eroe descritto da Niceta Coniate come un uomo di statura gigantesca con in testa una celata a guisa di torre e la cera burbera che spaventò i suoi, non proprio coraggiosi, compatrioti costringendoli a una fuga vergognosa, o è Pietro di Amiens che, secondo il cronista, entrò dopo e la prodezza di Aleaume un’invenzione di Roberto di Clari per dar lustro al fratello? Villehardouin, nel suo stile pacato, nulla dice al riguardo; racconta che furono prese quattro torri e fatte a pezzi tre porte  attraverso cui entrarono i francesi a cavallo mettendo in fuga Murzuflo e la sua gente. Torniamo al racconto di Roberto di Clari. Una volta dentro e dopo aver constatato la predisposizione alla fuga dei greci, Aleaume incoraggiò a entrare Pietro di Amiens e il resto degli uomini. L’ingresso del cavaliere francese con la sua schiera svuotò tutto attorno le mura; i greci fuggivano senza pensare nemmeno a offrire resistenza. “Abbandonate dunque le difese (perché stavano sopra i luoghi alti) ne fuggivano mille da un solo…..fuggivano dove li portava il timore e volesse Iddio che tutti fossero stati inghiottiti dalla terra” è il furente sfogo di Niceta Coniate. I padiglioni di Murzuflo si trovavano molto vicini alla postierla murata da dove erano entrati i crociati; il basileus, davanti all’irruzione del nemico, fece suonare le trombe e spronando il cavallo si lanciò contro la schiera crociata che, lungi dal ritirarsi, lo aspettava pronta alla battaglia. Non sortendo la sua mossa l’effetto desiderato   -il nemico non si era dato alla fuga nel vederlo arrivare come lui si aspettava-  Murzuflo giudicò più salutare tornare alle sue tende. Passato il pericolo, Pietro di Amiens ordinò di aprire la porta più vicina. Gli uomini che prima avevano forato il muro si misero di nuovo al lavoro usando ancora come attrezzi le armi; in poco tempo ruppero i chiavistelli e la spranga di ferro e spalancarono la porta. I crociati a cavallo entrarono in Costantinopoli, mentre il basileus e la sua guardia si davano alla fuga insieme al resto dei difensori. La città era presa.

  L’imperatore era fuggito lasciando i suoi padiglioni vermigli, i cofani con i gioielli, le armi all’avidità degli invasori e l’intrepido Pietro di Bracheux ne fece bottino. I crociati massacrarono i greci in fuga e presero muli e palafreni e  tutto ciò che era possibile arraffare senza addentrarsi nella città. Era sera inoltrata quando i condottieri riuniti in una piazza tennero assemblea e decisero di non allontanarsi dalle mura nella convinzione che non avrebbero potuto prima di un mese impossessarsi interamente di Costantinopoli. Fecero gridare per tutto l’oste di non avventurarsi nella città perché il pericolo di venire schiacciati dalle pietre gettate dagli alti palazzi era grande e nelle molte vie strette si poteva finire bruciati dal fuoco greco. Appiccare il fuoco, invece, sembra fosse intenzione dei baroni nel caso non fosse possibile impossessarsi dell’intera città: l’odio spingeva loro non già alla conquista ma alla distruzione. E quella stessa notte, per timore di venire assaliti, gli uomini del marchese di Monferrato avrebbero provocato un violento incendio, il terzo e ultimo di quel travagliato periodo, che durò tutta la notte e il giorno seguente fino a sera e devastò una vasta area urbana. “E vi furono più case bruciate di quante ve ne sono nelle tre città più grandi del regno di Francia.”[5]

  L’esercito si accampò davanti alle mura e alle torri conquistate, vicino alle navi. Baldovino alloggiò nelle tende abbandonate da Murzuflo, Enrico di fronte alle Blacherne e Bonifacio con la sua gente in una piazza verso il centro della città. Il marchese, a quanto pare, fu colui che maggiormente si allontanò dalle mura e i suoi uomini, forse, sentendosi in questo modo più esposti al pericolo di un attacco ebbero la sciagurata idea di proteggersi con una barriera di fuoco. Secondo Niceta, bruciarono tutti gli edifici del versante orientale, dal monastero di Emergete verso il mare fino al Droungarion che si trovava nei presi del quartiere veneziano.

  Quella notte riposarono soltanto gli uomini dell’esercito crociato; la città occupata si dibatteva insonne nella disperazione del che fare. Murzuflo tentava di organizzare la resistenza e si aggirava per le strade nel vano tentativo di convincere i suoi sudditi a mettersi sotto le insegne imperiali e far fronte al nemico, numericamente tanto inferiore. Gli abitanti di Costantinopoli, in preda alla confusione del panico, erano già psicologicamente vinti e pensavano soltanto a dove nascondere le  sostanze che il giorno dopo sarebbero cadute in mano all’invasore o a fuggire per aver salva la vita; le esortazioni del basileus s’infrangevano contro un muro di paura.  Murzuflo non aveva più la forza dell’autorità per unificare il suo popolo nella resistenza: l’unica via per non cadere in mano ai crociati era la fuga. Prima dell’alba l’imperatore s’imbarcò insieme alla moglie Eudocia, figlia di Alessio III, e alla suocera Eufrosina e fuggì da Costantinopoli.6

  Quella stessa notte, in Santa Sofia, Teodoro Lascaris e Teodoro Duca concorrevano al seggio imperiale. Con l’appoggio del patriarca Giovanni X Camatero, vinse il Lascaris ma rifiutò le insegne imperiali e uscì dal tempio con il patriarca per andare a convincere i varanghi a far fronte al nemico. Ai mercenari delle accette poco importava la sorte di Costantinopoli e si rifiutarono di combattere prima di ricevere la paga promessa. Persa ogni speranza di fermare l’invasione latina, Teodoro Lascaris, come molti altri nobili bizantini, lasciò la città.7

  La mattina del martedì tredici nel campo crociato gli uomini si armarono e ognuno nella sua schiera si preparò al contrattacco bizantino, ignaro di quanto era successo durante la notte. Ci si attendeva una resistenza più decisa e dura di quella offerta il giorno prima, ma al posto delle schiere greche si presentò il clero in processione scortato dai varanghi a consegnare la città al marchese di Monferrato e chiedere clemenza per gli abitanti.

  Bonifacio di Monferrato cavalcò verso il palazzo Bukoleon acclamato come il nuovo imperatore dalla folla riunita per le strade. Nel palazzo, che gli fu subito consegnato, avevano trovato rifugio l’imperatrice Agnese figlia del defunto re di Francia Luigi VII e sorella di Filippo II Augusto oltre che vedova di due imperatori -Alessio II e Andronico I Comneno- e l’imperatrice Maria, vedova di Isacco II e sorella di re Emerico di Ungheria. Poco tempo dopo Maria avrebbe sposato Bonifacio.

Gladis Alicia Pereyra

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2 Roberto di Clari non tralascia di aggiungere “il traditore” ogni qualvolta nomina Murzuflo.
3 Miscela incendiaria a base di pece, solfo e salnitro, difficile da spegnere e capace di bruciare sull’acqua. Adoperata dai bizantini  contro le navi nemiche, specialmente nelle battaglie navali contro gli arabi, il suo uso in seguito si estese ad altri popoli che la impiegarono anche negli scontri terrestri. Nella conquista di Costantinopoli, come attestano i cronisti, del fuoco greco si avvalsero entrambi gli schieramenti.
4 Durante il primo assedio a Costantinopoli, Villehardouin dice che Pietro di Bracheux si fece più onore di ogni altro perché alloggiava vicino alla porta situata presso il palazzo delle Blacherne da dove più spesso facevano sortite i bizantini.
5 Villehardouin, La conquista di Costantinopoli
6  Alessio III fuggì da Costantinopoli abbandonando la moglie Eufrosina; il genero ebbe più riguardi del marito nei confronti dell’imperatrice
7 Teodoro Lascaris, generale bizantino e genero di Alessio III, si rifugiò a Nicea dove organizzò la resistenza bizantina. Nel 1208 fu formalmente incoronato imperatore, istituendo così nei territori dell’Asia Minore l’impero di Nicea, legittima continuazione dell’impero bizantino.