Enrico di Fiandra

Enrico di Fiandra

Il fratello dell’Imperatore
Parte Prima

  Enrico di Fiandra, figlio secondogenito di Baldovino V di Hainaut, poi Baldovino VIII conte delle Fiandre e di Margherita, sorella di Filippo di Alsazia conte delle Fiandre, nacque a Valenncienne intorno al 1174. Il mercoledì delle ceneri del 1198, insieme al fratello maggiore Baldovino IX conte delle Fiandre e di Hainaut, prese la croce a Bruges per partecipare alla crociata indetta l’anno prima da Innocenzo III.

  Il primo ottobre 1202, sulla flotta allestita dai veneziani e comandata dal doge Enrico Dandolo, partì da Venezia con l’esercito crociato per un viaggio avventuroso che lo avrebbe portato a occupare il trono di Costantinopoli.

  Villehardouin e Roberto di Clari nella prima parte delle loro cronache lo nominano appena e sempre in relazione al fratello Baldovino. Villehardouin ci fa sapere che Enrico, insieme a Matteo di Mallincourt e a Baldovino di Beauvoir, ebbe il comando della seconda delle sette schiere in cui si organizzò l’esercito crociato al tempo del primo assedio di Costantinopoli. Di Clari gli attribuisce invece il comando della terza schiera mentre, a dar credito alla sua versione, a capo della seconda sarebbe stato il conte di Saint-Pol con suo nipote Pietro di Amiens di cui il cronista era vassallo.

  L’esercito crociato partito da Venezia con l’obiettivo di liberare il Santo Sepolcro in Terra Santa, allettato da una cospicua ricompensa, aveva deviato verso Costantinopoli per aiutare il principe Alessio Angelo a ricuperare il trono usurpato a suo padre Isacco II dallo zio Alessio III. Arrivati davanti alle mura della città i crociati  ordinarono all’usurpatore  di arrendersi e restituire il trono al legittimo basileus. Alessio III si asserragliò dentro le mura e per alcune settimane resistette all’assedio finché, impotente di fronte a un nemico determinato e agguerrito, decise di fuggire. Isacco II, nonostante fosse ceco, fu fatto salire nuovamente al trono; il primo agosto 1203, per imposizione dei crociati, suo figlio Alessio veniva incoronato in Santa Sofia come co-imperatore.  Qualche tempo dopo il principe Alessio, ormai Alessio IV, organizzò una spedizione per sottomettere alla sua autorità i territori dell’impero. Enrico fu uno dei molti cavalieri latini che lo accompagnarono, la cui partecipazione era indispensabile per il buon esito dell’impresa.

  Il 9 febbraio 1204 Alessio IV moriva strangolato dal suo protovestiario Alessio Ducas, soprannominato Murzuflo, in seguito a un complotto che aveva rovesciato i due imperatori; Isacco era morto alcuni giorni prima. Soppresso Alessio, Murzuflo divenne il nuovo basileus. Con l’insediamento di Murzuflo, le ostilità tra greci e latini diventarono guerra aperta. L’oste crociato accampato a Galata superò l’inverno tra mille difficoltà; per procurarsi i viveri che scarseggiavano Enrico, a capo di un folto gruppo di cavalieri, partì per una spedizione a Filée, città situata sulla costa del mar Nero. Mentre tornava al campo latino, dopo due giorni di saccheggio, conducendo prigionieri e un grande bottino costituito principalmente da bestiame, all’uscita di un bosco la sua retroguardia, nella quale lui stesso cavalcava, cadde in un agguato teso da Murzuflo. In quell’occasione il giovanissimo cavaliere ebbe modo di mostrare, forse per la prima volta, le sue grandi doti di guerriero e condottiero. La superiorità numerica del nemico lungi dal far arrendere Enrico e i suoi cavalieri, spronò in loro audacia e combattività: si lanciarono all’attacco con  violenza tale da mettere in fuga l’avversario nonostante il vantaggio di numero e la sorpresa. Murzuflo, lasciato solo dallo sbandamento dei suoi uomini, fuggì a sua volta lasciando sul campo le insegne imperiali e una ricca icona che i bizantini portavano da sempre in battaglia. Enrico rientrò a Galata dove fu molto festeggiato; più tardi, i preziosi trofei furono esposti su una nave che, per scherno dell’imperatore, veleggiò costeggiando le mura di Costantinopoli da un estremo all’altro.

  Il  venerdì 12 aprile 1204, dopo un assalto durato due giorni, Pietro di Amiens con i suoi uomini, tra i quali si trovava il cronista Roberto di Clari, sfondò una postierla murata e penetrò in Costantinopoli. In seguito, scardinata una porta dagli uomini di Pietro, francesi e veneziani fecero irruzione nelle vie della città; Murzuflo e le sue truppe si diedero alla fuga. Quella notte, che precedette il dissennato saccheggio, i baroni crociati non osarono allontanarsi dalle mura. Il conte Baldovino di Fiandra alloggiò nelle vermiglie tende imperiali dimenticate da Murzuflo nella sua precipitosa fuga e suo fratello Enrico si accampò davanti al palazzo imperiale delle Blacherne che il giorno seguente gli si arrese e da dove un giorno avrebbe governato un impero.

  Nella gara per il seggio imperiale che seguì la conquista, Baldovino di Fiandra e di Hainaut prevalse sul marchese di Monferrato il suo unico rivale e fu incoronato in Santa Sofia. Costantinopoli era presa e sul trono del basileus sedeva un imperatore latino ma bisognava sottomettere l’intero impero, compito impervio non soltanto per l’ostilità degli abitanti, ma per la difficoltà di controllo che presentava un territorio tanto esteso a un esercito composto da un esiguo numero di uomini. La terra fu comunque spartita e agli assegnatari toccava conquistarla. All’imperatore, in virtù degli accordi siglati prima della presa della città, corrispondeva la quarta parte di tutta la conquista dentro e fuori Costantinopoli, ma quella quarta parte era necessario assoggettarla e anche l’imperatore Baldovino dovette organizzare la sua spedizione. Prima di lui, per ordine suo, partì da Costantinopoli Enrico a capo di cento cavalieri. Dalla cronaca di Villehardouin sembra che Enrico non abbia trovato opposizione e al suo arrivo le città gli si siano consegnate e abbiano giurato fedeltà all’imperatore straniero pacificamente. Giunto ad Adrianopoli, le cui porte gli furono aperte, dopo averne preso possesso in nome di Baldovino, si fermò ad attendere l’arrivo del fratello a cui avrebbe consegnato in seguito le città conquistate.

  L’11 novembre 1205 in testa a centoventi cavalieri, Enrico lasciò Costantinopoli diretto verso Avio, situata sui Dardanelli dalla parte asiatica, ricca di grano e di ogni genere di vettovaglie. Occupò la città già raggiunta, ma non saccheggiata, dai crociati durante il viaggio verso Costantinopoli e vi stabilì la base della sua guerra contro i greci; gli armeni, che odiavano i greci, lo appoggiarono.

  Teodoro Lascaris, generale bizantino genero di Alessio III, fuggito da Costantinopoli dopo aver cercato inutilmente di organizzare la resistenza all’invasore latino, si era rifugiato a Nicea dove aveva creato un centro di potere bizantino, legittima continuazione dell’impero di Costantinopoli. Il Lascaris, che più tardi sarebbe stato incoronato basileus fondando così l’impero di Nicea, riuscì a compattare intorno a sé gli esiliati bizantini che non si rassegnavano a diventare sudditi degli occidentali e organizzò un esercito in grado di misurarsi con le schiere latine, meno numerose ma di gran lunga più esperte e agguerrite. Il giorno di San Nicola, in testa a  forze considerevoli, Teodoro si scontrò con i latini a cui facevano capo il famoso Pietro di Bracieux e Paien d’Orléans. La battaglia si svolse nella pianura antistante il castello di Pumenienor e si risolse a favore dei francesi, nonostante il loro esiguo numero; i greci subirono grandi perdite in uomini e territori. Nel frattempo Enrico, dopo aver lasciato una guarnigione a presidiare Avio, era andato alla conquista di Adriamittio, situata sulla costa occidentale dell’Anatolia a due giornate da Avio. La città, ricca e in buona posizione strategica sul golfo omonimo, gli si consegnò senza lottare insieme a gran parte del paese. Enrico, considerati i vantaggi offerti dalla città, vi prese alloggio insieme ai suoi cavalieri con l’intenzione di espandere il suo dominio sul golfo al cui imbocco si trova l’isola di Mitilene. La sconfitta di Pomenienor non scoraggiò Teodoro Lascaris che riuscì in breve tempo a riorganizzare le sue truppe e, saputo della presa di Adriamittio, mandò contro Enrico tutte le sue forze al comando del fratello Costantino. L’esercito si presentò davanti alle mura della città verso  la fine dell’inverno. Enrico era stato informato dagli armeni del suo arrivo e si rifiutò di farsi rinchiudere a logorarsi dentro le mura; dopo un breve consiglio, uscì con i suoi pochi cavalieri a dar battaglia a una forza di gran lunga superiore. S’ingaggiò un furioso combattimento che vide ancora una volta i franchi vincitori. Il bottino fu grande e molti i morti e i prigionieri. La vittoria ebbe come risultato la sottomissione spontanea degli abitanti della zona che cominciarono a portare tributi.

  Enrico non poté consolidare le conquiste fatte, come era necessario per porre freno alle iniziative belliche di Teodoro Lascaris e affermare il dominio latino su quella parte dell’impero, perché fu chiamato in aiuto dal fratello Baldovino che si accingeva a partire per Adrianopoli, ormai  riconquistata dai greci i quali avevano stretto un’alleanza con Giovanni Kalojan, re di Valacchia e Bulgaria. Giovanni con le sue truppe e gli alleati cumani cavalcava verso Adrianopoli; la situazione era grave, il rischio era la perdita dell’impero. Enrico non esitò ad abbandonare  le sue conquiste e  accorrere in soccorso del fratello. Gli armeni che lo avevano aiutato, per timore di rappresaglie, lo seguirono con le famiglie. A Cortacople, un villaggio dove Enrico e la sua truppa facevano una sosta, giunse la notizia della disfatta di Baldovino e dei suoi cavalieri nella pianura di Adrianopoli.  L’imperatore era stato fatto prigioniero dai bulgari e il conte Luigi di Blois e Chartres ucciso. Da lì a poco arrivarono messi da Rodestoc dove Goffredo di Villehardouin e il doge Enrico Dandolo si erano fermati dopo aver guidato la ritirata dei reduci di Adrianopoli. I messi pregarono Enrico di raggiungere con la sua gente Rodestoc al più presto. Per avanzare più rapidamente Enrico fu costretto a lasciarsi dietro gli armeni che si muovevano lentamente con i loro carri dove portavano mogli e  figli, convinto che ormai lontani da Avio nulla poteva succeder loro; una volta lasciati a sé stessi, invece, gli armeni furono massacrati dai greci. A Rodestoc Enrico fu nominato reggente dell’impero per tutta la durata della prigionia di Baldovino. Il doge lasciò un presidio a Rodestoc, città toccata ai veneziani, e partì insieme a Enrico, Villehardouin e tutte le loro schiere verso Costantinopoli. Giunti a Salembrie, situata sul mare di Marmara e appartenente a Baldovino, Enrico mise a custodirla una guarnigione di suoi cavalieri. A Costantinopoli, dove li attendevano in grande apprensione, fecero il punto della situazione: di tutta la terra conquistata restavano in mano all’impero latino soltanto Costantinopoli, Rodestoc e Salembrie e dalla parte asiatica l’Espigal, città strategica sul mare, conquistata da Pietro di Bracieux il quale aveva lasciato alcuni suoi uomini a presidiarla per ordine del conte Luigi. Il resto del territorio in Europa era nelle mani dei bulgari di Kalojan, con la sola eccezione del regno di Salonicco in possesso del marchese Bonifacio di Monferrato, ora re di Salonicco mentre sul versante asiatico padroneggiava Teodoro Lascaris .

  In quella estate del 1205 Enrico iniziò la campagna per riprendersi le terre perse, approfittando del  ritorno dei cumani nel loro paese, mentre Kalojan marciava contro Salonicco nel tentativo di toglierla al marchese. Enrico sottomise per prima Chulot, situata a tre giornate da Costantinopoli e in seguito passò a Arcadiople che scoprì vuota e Bizoe a nord-est di Arcadiople gli fu consegnata senza resistenza. Arrivato a Naples (Apros) la trovò ben presidiata, ma gli abitanti chiesero di arrendersi prima di essere attaccati. All’insaputa di Enrico, impegnato a negoziare la capitolazione, un gruppo dei suoi cavalieri entrò nella città e diede inizio al saccheggio e all’uccisione della popolazione. Gli echi di quell’eccidio arrivarono alle città e ai castelli dei dintorni che furono abbandonati e gli abitanti andarono a rifugiarsi ad Adrianopoli e nel castello del Didimot.

  La buona sorte non accompagnò Enrico quando poco tempo dopo mise l’assedio ad Adrianopoli; nell’impossibilità di espugnarla perché troppo fortificata, fu costretto a ritirarsi con molte perdite. Lasciata Adrianopoli andò a Pamphile, sulla strada per Rodostoc e vi rimase due mesi. Da Pamphile l’esercito fece molte sortite per procurarsi cibarie, abbondanti nei dintorni e si spinse fino a Didimot, senza mettere l’assedio. All’inizio dell’inverno Enrico partì da Pamphile e andò a la Rousse dove lasciò una guarnigione di circa centoquaranta cavalieri e molti sergenti a cavallo; a Visoi mise un’altra guarnigione agli ordini di Anseaux di Cayeux.  I veneziani lasciarono un presidio ad Arcadiople e Naples fu consegnata a Teodoro Bernas un bizantino alleato dei francesi, sposato con una sorella di Filippo II Augusto re di Francia, vedova di due imperatori. Enrico con il resto dei suoi cavalieri rientrò a Costantinopoli.

  A metà gennaio 1206 Kalojan con il suo esercito e gli alleati cumani tornò in Romania.  Il giorno prima della Candelora una parte della guarnigione di la Rousse comandata da Thierry di Teremonde, al ritorno da una cavalcata contro un villaggio dove si erano accampati valacchi e cumani, fu sorpresa dagli uomini di Kalojan e sterminata. Quelli che si salvarono raggiunsero la Rousse che quella stessa notte fu evacuata e gli abitanti si rifugiarono a Rodestoc. I greci dei castelli e delle città si unirono all’esercito di Kalojan che divenne così una forza difficile da affrontare per i francesi. I veneziani fuggirono da Arcadiople e Naples fu conquistata e distrutta e i suoi abitanti donne, uomini e bambini, mandati prigionieri in Valacchia. I veneziani di Rodestoc nonostante la città fosse ben fortificata e difficilmente Kalojan avrebbe tentato di espugnarla, alla notizia dell’eccidio di Naples si diedero alla fuga. Kalojan non appena seppe della loro fuga arrivò con le sue forze, fece prigionieri quelli che erano rimasti e abbatté la città. Poi toccò a Panedor, città vicina a Rodestoc, che gli si arrese e fu ugualmente distrutta e gli abitanti deportati; dopo fu il turno di Eraclea che i veneziani non avevano fortificato abbastanza, fu abbattuta e gli abitanti massacrati. In seguito distrusse Dain e Churlot e Nature che Enrico aveva dato a Paien d’Orleans. A Nature c’era un gran numero di rifugiati fuggiti da castelli e città man mano che Kalojan si avvicinava e il massacro fu impressionante.  Costantinopoli era circondata da morte e devastazione;  erano rimaste in piedi soltanto le città di Visoi e Salembrie presidiate dai francesi. Enrico non osava uscire da Costantinopoli dove le forze rimaste erano appena sufficienti a difendere la città.

  I greci che si erano alleati con Kalojan contro i francesi si accorsero di aver fatto un errore fatale. Il re bulgaro prometteva l’incolumità alle città che gli si arrendevano e una volta varcate le porte i suoi uomini si davano al saccheggio e al massacro. In Romania non c’era ricordo di un simile bagno di sangue. La ferocia e il disprezzo per la vita umana di Giovanni Kalojan  gli valse l’appellativo di romeòctono -uccisore di romei-.

  Dopo Pasqua Kalojan  puntò verso Adrianopoli e il Didimot, i  greci del suo esercito cominciarono a scappare. Arrivato ad Adrianopoli trovò le porte chiuse -i greci avevano imparato la lezione- e assediò il Didimot. Da Adrianopoli partirono messi verso Costantinopoli per chiedere aiuto a Enrico. Per i francesi non fu facile prendere una decisione; alla fine di un lungo consiglio si  stabilì di andare a Salembrie. La missione era talmente rischiosa che il legato papale diede l’indulgenza a tutti coloro che fossero morti nell’impresa. Enrico e i pochi cavalieri che lo accompagnavano si accamparono davanti a Salembrie e vi sostarono per una settimana. Non passava giorno in cui non arrivasse da Adrianopoli qualche messaggero con la richiesta di aiuto. La seconda tappa fu la città di Visoi; giunsero il 23 giugno, vigilia della festa di San Giovanni Battista. Lo stesso giorno arrivarono i messi di Adrianopoli e alla domanda di quanti uomini calcolavano che ci fossero all’assedio di Didimot risposero che erano circa quarantamila, senza contare i pedoni. Affrontare un tale esercito con così pochi uomini era un suicidio, ma negare l’aiuto richiesto sarebbe stato un disonore. La mattina del giorno di San Giovanni Enrico e i suoi cavalieri si confessarono e comunicarono e il giorno seguente partirono. Enrico organizzò i suoi uomini in nove schiere con il maresciallo Goffredo di Villehardouin a capo dell’avanguardia; Enrico comandava la settima schiera. Inaspettatamente Kalojan, informato dell’arrivo dei franchi, bruciò catapulte e petrieri e tolse l’assedio. Dopo quattro giorni di marcia i francesi raggiunsero Adrianopoli; gli abitanti in processione, portando croci e icone, uscirono a riceverli.

  Enrico tentò di raggiungere Kalojan che si era fermato  presso un castello chiamato Rodestuic, ma il re bulgaro se ne andò verso il suo paese  e per cinque giornate Enrico e i suoi cavalieri lo inseguirono. Andando sempre sulle orme di Kalojan i franchi arrivarono a Moniac e si accamparono davanti al castello che si era consegnato. A Moniac decisero di portare soccorso a Ranieri di Trit che dopo aver abbandonato la città di Filippopoli  si era rifugiato nel castello di Estanemac dove era assediato da tredici mesi. Un drappello di cavalieri, tra cui c’era Villehardouin, andò a liberarlo; Enrico rimasse nel campo. Ranieri di Trit fu liberato e da lui i cavalieri appresero che Baldovino era morto in prigione. Di ritorno a Moniac, i cavalieri portarono la notizia della morte dell’imperatore; riuniti in consiglio i baroni decisero di tornare immediatamente a Costantinopoli e incoronare Enrico.

  Enrico di Fiandra fu incoronato imperatore domenica 20 agosto 1206 in Santa Sofia.

Gladis Alicia Pereyra