La conquista di Costantinopoli

 

LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI

LA QUARTA CROCIATA

L’EFFIMERO REGNO DI ALESSIO IV

  La notte del 17 luglio 1203 fu di grande fermento nella corte di Costantinopoli: ormai senza il basileus e con l’esercito crociato alle porte, urgeva trovare una via d’uscita che impedisse il disastro. Reinsediare  Isacco II sul trono apparve la soluzione migliore: avrebbe rimosso la causa dell’assedio e al tempo stesso impedito al principe Alessio, così legato all’Occidente, di diventare imperatore. Nella sua precipitosa fuga Alessio III aveva dimenticato di portare con sé la moglie Eufrosina. La basilissa che, a differenza del marito, sembra abbia posseduto grande carattere e autorità, dopo aver tentato invano d’inserirsi negli affannosi intrighi di corte, fu arrestata insieme a tutti i suoi parenti. Isacco fu tolto di prigione, gli furono fatte indossare le vesti imperiali e fu condotto per mano, “perché non vedeva lume colui, che doveva aver l’occhio su tutte le cose”,1 fino al seggio imperiale.

  All’alba furono inviati messi con la notizia all’accampamento francese. Villehardouin racconta della grande gioia del principe Alessio e di tutti i baroni; gioia per non dover più combattere e per  aver finalmente libero accesso ai rifornimenti di cui avevano vitale bisogno, ma anche perplessità  di fronte al colpo di scena preparato dai conciliaboli notturni dei cortigiani. Nessuno si aspettava l’insediamento di Isacco al quale, secondo la legge bizantina, il trono era precluso a causa della cecità. Non fidandosi dei greci, ogni uomo nel campo si armò; i baroni  e il doge decisero d’inviare messaggeri per appurare la veracità della notizia e chiedere a Isacco di ratificare gli accordi presi dal figlio e per informarlo che senza quella ratifica non avrebbero permesso al principe di entrare in città; i messi furono Goffredo di Villehardouin, Matteo di Montmorency e due veneziani di cui non  conosciamo i nomi.

  Gli emissari appena varcata una delle porte di Costantinopoli, finalmente aperte per i crociati, scesero da cavallo e si diressero al Palazzo delle Blacherne al cui ingresso, come a quelli della città, facevano guardia inglesi e danesi con le loro asce. Portati alla presenza di Isacco, i messaggeri  rimasero ammirati dallo sfarzo delle vesti dell’imperatore e della numerosa corte che con grande reverenza si rivolgeva all’uomo che fino a qualche ora prima era dimenticato da tutti nella sua prigione tra le due colonne. Accanto all’imperatore c’era la sua bella moglie, sorella del re di Ungheria, che più tardi avrebbe sposato il marchese di Monferrato e sarebbe diventata regina di Salonicco. I messaggeri, ricevuti con grande onore, chiesero di poter avere un colloquio privato con l’imperatore. Isacco acconsentì e si ritirò in una stanza dove lo accompagnarono, oltre ai messi, la moglie, il suo cancelliere e il dragomanno2. Villehardouin parlò a nome dei quattro ambasciatori e chiese se l’imperatore fosse disposto a ratificare gli accordi presi dal figlio. A richiesta del basileus, il maresciallo di Champagne gli riferì i termini dei patti, a cominciare dalla sottomissione della chiesa bizantina all’autorità del papa. Era questa la clausola più difficile da far accettare al clero e al popolo; in quanto alle altre, tutte di carattere materiale, non si trattava già di semplici difficoltà, ma dell’assoluta impossibilità di riuscire ad adempierle. Nonostante avesse inteso la gravità dell’impegno, Isacco non ebbe altra scelta che accettare di pagare il prezzo stipulato dalla stoltezza del figlio per riavere l’impero. Ringraziò i crociati per il grande servizio reso e confermò i patti.

  Il principe Alessio, scortato dai baroni crociati a cavallo, si recò al palazzo delle Blacherne e, ricevuto con grande festa e onori, sedette accanto al padre su un sedile d’oro. Soltanto il primo agosto, a istanza dei latini, il principe fu incoronato co-imperatore con il nome di Alessio IV in Santa Sofia.

  L’esercito crociato, per espressa richiesta di Isacco al fine di evitare scontri con i greci che mal tolleravano la presenza dei latini in città, era andato ad alloggiare dall’altra parte del Corno d’Oro, presso l’Estanor, il quartiere ebraico situato nelle vicinanze della torre di Galata. Secondo Roberto di Clari francesi e veneziani, di comune accordo, avrebbero fatto abbattere cinquanta tese delle mura di Costantinopoli perché non si fidavano dei bizantini i quali avrebbero in seguito ricostruito le parti distrutte nei mesi in cui Alessio IV era impegnato nel sottomettere il resto dell’impero; la notizia non compare nelle altre fonti.

  Dopo l’incoronazione di Alessio, l’esercito ricevette un acconto di centomila marchi del debito di duecentomila. Era la metà del denaro promesso, ma solo un’esigua parte del debito complessivo; per averla gli imperatori  erano stati costretti a mettere mano ai proventi del fisco e ai patrimoni personali dell’imperatrice e dei parenti e neanche le chiese e i conventi si erano salvati dalla loro disperata ricerca di denaro. Niceta Coniate racconta come i templi venivano spogliati da tutto ciò che era d’oro o d’argento: vasi, ornamenti e persino immagini sacre erano portati via e, una volta fusi, alla stregua di semplici metalli preziosi, sarebbero serviti per pagare i latini; da quell’empietà il cronista fa derivare la rovina di Costantinopoli.

  Cinquantamila marchi andarono ai veneziani ai quali spettava la metà del bottino; con l’altra metà si pagò il debito di trentaquattromila marchi ancora non saldato a Venezia. I sedicimila restanti si ripartirono nell’esercito, dando a ognuno il prezzo del passaggio pagato prima della partenza e sicuramente ai baroni fu restituito in marchi il valore del vasellame d’oro e d’argento consegnato al doge come parte di pagamento per il noleggio delle navi.

  Centomila marchi era tutto ciò che gli imperatori, a costo del biasimo e del malcontento dei sudditi, erano riusciti a mettere insieme; Alessio IV, che Niceta Coniate vuole più impegnato a divertirsi nell’accampamento crociato piuttosto che ad attendere agli affari di governo, ammise l’impossibilità di saldare il debito e chiese una proroga. Per ottenere il consenso dei baroni e del doge, promise di pagare ai veneziani il prolungamento del servizio della flotta per un anno a partire del giorno di San Michele[3] e di rifornire l’esercito di tutto il necessario fino a Pasqua. In cambio i crociati avrebbero dovuto rimandare a marzo la partenza, data in cui Alessio contava di aver riscosso le rendite dei suoi territori e di poter far fronte all’impegno che diventava in questo modo più oneroso. Il motivo della richiesta non era soltanto di ordine economico: Alessio era ben consapevole del continuo aumentare della propria impopolarità e temeva di essere deposto una volta partito l’esercito crociato. I condottieri prima di rispondere convocarono un’assemblea a cui parteciparono anche i cavalieri minori. La frattura che a malapena era stata ricomposta a Corfù minacciò di aprirsi nuovamente. I cavalieri che nell’isola greca avevano desistito dal chiedere navi a Gualtieri di Brienne per arrivare in Terra Santa a condizione che quando avessero deciso di partire sarebbero stati liberi di farlo con alcune navi della flotta che sarebbero state consegnate loro, chiesero di avere le navi promesse. Dopo lunghe discussioni si riuscì a convincere chi voleva andar via dei vantaggi di restare e ad Alessio IV fu concessa la proroga.

  Allontanato momentaneamente l’assillo di dover onorare i patti siglati con i crociati, Alessio volse l’attenzione ai territori dell’impero non ancora sottomessi. Alessio III, trasferitosi ad Adrianopoli dopo aver lasciato Develtos, si era fatto proclamare basileus in quella città; cacciarlo o farlo prigioniero era necessario al nipote per consolidare l’appena conquistato potere, non meno di quanto lo era  riscuotere i tributi delle province. La fin troppo dimostrata inefficienza delle truppe bizantine costrinse Alessio IV a chiedere a Bonifacio di Monferrato di assisterlo con i suoi uomini nella campagna che si accingeva a intraprendere; il marchese accettò dietro compenso di sedicimila scudi d’oro, secondo la cronaca di Niceta. Il conte di Saint-Pol, Enrico fratello di Baldovino di Fiandra e molti altri cavalieri si unirono alla spedizione e risulta facile immaginare come gran parte dei tributi riscossi dall’imperatore nella sua impresa siano serviti per pagare i cavalieri crociati che lo accompagnarono.

   Partita la spedizione, a Costantinopoli si verificarono gravissimi accadimenti. Il primo sembra sia stato causato dalla plebe bizantina che, nell’impossibilità di assalire i latini, scaricò la sua frustrazione e aggressività sugli abitanti del quartiere ebraico presso il quale l’esercito crociato soggiornava per volontà di Isacco. L’Estanor fu raso al suolo e saccheggiato; l’azione provocò lo sdegno di molti greci e dei pisani che avevano il loro quartiere nelle vicinanze e intrattenevano rapporti di affari con gli ebrei; sembra, tuttavia, che nessuno abbia portato soccorso agli aggrediti. Del secondo furono protagonisti un gruppo di fiamminghi, appartenenti ai ranghi inferiori dell’esercito, che insieme ad alcuni veneziani e pisani, approfittando della possibilità di entrare e uscire dalla città  senza alcun impedimento, depredarono la moschea nel quartiere musulmano. I saracini reagirono impugnando le armi e ricevettero tempestivo aiuto dai greci. I crociati, messi in difficoltà, coprirono la fuga con il fuoco, come in precedenza avevano fatto i veneziani nel primo assalto alle torri. In lunghe e dolenti pagine Niceta Coniate ha lasciato il vivido racconto del disastroso incendio che divorò Costantinopoli dal Corno d’Oro al mar di Marmara, sospinto dal vento di tramontana. Originate nella moschea situata a settentrione, le fiamme dilagarono lungo il porto per poi dirigersi incontrastate verso i più splendidi quartieri della città. Nulla fu risparmiato da quella furia distruttiva: al suo passaggio crollavano portici, case private, botteghe, monumenti, palazzi magnifici e chiese,  immense ricchezze diventavano cenere. Bruciò il foro di Costantino, la casa del patriarca, la piazza delle assemblee; fu distrutto l’atrio di Santa Sofia e la parte dell’ippodromo che mirava a Occidente con tutti gli edifici delle vicinanze. Il rogo immane fece molte vittime tra la popolazione e a quelli che risparmiò la vita portò via tutto l’avere. Dall’altra parte del Corno d’Oro, i capi crociati e il resto dell’esercito che non aveva partecipato alla criminosa impresa, assistette impotente alla rovina della città.  Villehardouin dà vaghe indicazioni sull’origine dell’incendio; riferisce di una rissa scoppiata tra greci e latini residenti in città e di non si sa quale gente che per malvagità appiccò il fuoco. L’incendio, secondo Villehardouin  sarebbe durato otto giorni, secondo Niceta, due.

  La tragedia che colpì i bizantini ebbe risvolti positivi per l’esercito crociato. Acuita dalla disperazione, la xenofobia dei greci divenne pericolosa e i vecchi residenti latini di Costantinopoli, che nulla avevano da spartire con i crociati, lasciarono prudentemente la città e traslocarono con le famiglie a Galata dove si sentivano al sicuro sotto la protezione dell’esercito che vide aumentare le proprie file di quindicimila uomini.

  La campagna di Alessio intanto procedeva con successo. L’ex imperatore Alessio III fuggì da Adrianopoli non appena lo raggiunse la notizia dell’arrivo delle schiere guidate dal nipote, divenute temibili per la presenza dei condottieri latini e dei loro uomini. Città e villaggi di tutto il territorio dell’impero si sottomisero ai nuovi imperatori, tranne il re di Valacchia e Bulgaria, quel Giovanni Kalojan4 che da vent’anni faceva la guerra a Bisanzio e che insieme agli alleati Cumani avrebbe portato morte e distruzione ancora per molto tempo prima di essere ucciso da un boiardo cumano durante l’assedio di Tessalonica. Quello stesso Kalojan a cui avrebbero portato i suoi bulgari il macabro trofeo della testa di Bonifacio di Monferrato nel settembre 1207.

  Il giorno di San martino 1203, Alessio rientrò a Costantinopoli insieme al marchese di Monferrato e ai cavalieri francesi che lo avevano accompagnato. La spedizione aveva avuto successo, le casse imperiali si rimpinguarono e crociati e veneziani attesero il pagamento promesso. Attesero invano perché prontamente capirono che il giovane imperatore dopo la fruttuosa spedizione credeva di poter fare a meno dell’esercito latino; le sue visite ai nobili occidentali diradarono, ormai si limitava a inviare ogni tanto somme irrisorie ai crociati, senza degnarsi di dare alcuna spiegazione del perché non manteneva la parola data. Il marchese di Monferrato, sotto la cui protezione il postulante Alessio era stato messo da Filippo di Svevia, si recava spesso al palazzo delle Blacherne per ricordare agli imperatori il servizio reso e gli impegni non ancora soddisfatti, ma riusciva a ottenere  soltanto risposte vaghe.

   Alessio insuperbiva sempre di più, incoraggiato dall’adulazione degli stessi cortigiani che anni addietro avevano congiurato per deporre e accecare il padre. Isacco, che aveva giurato di vendicarsi, si doleva e non capiva le simpatie del figlio, ma non era in grado di contrastarle. Dalla cronaca di Niceta Coniate emerge un ritratto di Alessio IV in sintonia con l’immagine di giovane avventato, niente affatto capace di farsi carico della realtà e dei limiti del proprio potere, che il principe  aveva dato di sé lungo tutta l’avventura che lo aveva portato all’incoronazione. Senza accorgersi, nella sua infantile sensazione di onnipotenza, che il suo trono poggiava sulle spade dell’esercito crociato, voltava le spalle ai suoi protettori senza misurare le conseguenze che un tale gesto poteva arrecare; intanto, approfittando della malattia e della cecità del padre, accresceva il suo potere a discapito di quello di Isacco. Aveva disposto che il suo nome venisse pronunciato per primo e ad alta voce nella lettura dei bandi pubblici, mentre la voce si abbassava, fino a diventare un eco appena udibile, nel pronunciare al secondo posto il nome di Isacco. I rapporti tra padre e figlio si logoravano sullo sfondo del crescente malcontento dei sudditi, tartassati dai tributi, e dell’antipatia di parte dell’aristocrazia e della burocrazia xenofoba verso un imperatore inetto dai costumi ritenuti troppo occidentali. Isacco intanto sprofondava nella propria impotenza e si attorniava di astrologi e monaci che gli predicevano una pronta guarigione dalla gotta che lo tormentava e si spingevano fino a sostenere che avrebbe in breve riacquistato la vista; nel frattempo mangiavano alla sua mensa e godevano del suo favore. Il basileus credeva fermamente a quelle fandonie e covava folli fantasie di grandezza, convincendosi che sarebbe riuscito a unire Oriente e Occidente sotto la propria autorità, ripristinando la grandezza di Roma. L’umore del popolo peggiorava e lo spingeva ad azioni inconsulte e distruttive verso bersagli sostitutivi del vero nemico che non si osava affrontare. Nella sua cronaca Niceta Coniate racconta come venne distrutta da un gruppo di ubriachi la statua in bronzo di Minerva che si trovava su una colonna presso il foro di Costantino. La scultura, colpevole per il volgo di aver attirato con lo sguardo rivolto verso Occidente l’esercito latino, era di magnifica fattura a stare alla lunga descrizione del cronista. Della stessa statua parla sicuramente Roberto di Clari, ma nel suo racconto le statue diventano due, una delle quali non guarda già a Occidente, ma reca un’esplicita scritta che predice l’arrivo da quella direzione degli eserciti che conquisteranno Costantinopoli. Si trattava di una leggenda conosciuta da tutti che il cronista occidentale riporta probabilmente senza aver fatto in tempo a vedere il simulacro in questione il cui sguardo, secondo Niceta, era in realtà rivolto a Meridione.

  Le tergiversazioni di Alessio finirono per far decidere i condottieri latini di metterlo alle strette e inviarono alle Blacherne sei ambasciatori. Per i francesi andarono Villehardouin, il cavaliere-trovatore Conon de Béthune e Milon de Brébant di Provins, Villehardouin non riporta come al solito i nomi dei veneziani, fa notare invece che prima della partenza gli uomini cinsero le spade.

  Nel palazzo delle Blacherne, davanti ai due imperatori, all’imperatrice e a tutta la corte, Conon fu delegato a parlare. Il suo discorso non lasciava dubbi sulla posizione presa dai crociati: o venivano pagati o non avrebbero più considerato i sovrani né signori né amici. Conon, secondo Villeardouin finì dicendo: “E vi mandano a dire che non farebbero alcun male né a voi né ad altri senza prima aver lanciato la sfida: che non fecero mai tradimento, e nella loro terra non si usa farne. Avete ben udito quanto vi abbiamo detto e deciderete come vi piacerà.”5 A quelle parole lo stupore e l’indignazione di tutti i presenti non ebbe limiti, nessuno aveva mai osato sfidare un basileus nel suo palazzo davanti a tutta la corte. I sei temerari, una volta usciti da palazzo, come ricorda Villehardouin, montarono a cavallo in fretta e tirarono un grande sospiro di sollievo perché un simile discorso avrebbe potuto pagarsi con la libertà e addirittura con la vita.

  La precaria convivenza tra greci e latini era finita; le risse e le scaramucce provocate a volte dall’arroganza dei crociati o dalle loro scorribande nelle zone periferiche della città lungo il Bosforo, lasciarono spazio alla guerra aperta. Uno dei più spettacolari episodi di quella prima fase della guerra, riportato da Villehardouin, fu il tentativo fallito di incendiare la flotta veneziana. I greci riempirono diciassette navi con grandi pezzi di legno, stoffa, pece e altri materiali infiammabili e attesero di avere il vento a favore. Una gelida notte del gennaio 1204 arrivò l’occasione che aspettavano: incendiarono le navi e con le vele dispiegate, gonfie di vento, le lanciarono contro la flotta; le fiamme altissime illuminavano il mare. L’azione difensiva dei veneziani fu rapidissima, saltarono sulle galee e sulle barche e con gli uncini agganciarono le navi incendiarie portandole lontano dalla flotta abbandonandole alla corrente che le trascinò via. I bizantini dalle barche tiravano contro i veneziani alle prese con le navi: ci furono feriti, ma nessun morto. All’alba il pericolo era passato, la flotta era intatta, soltanto una nave pisana carica di mercanzia fu raggiunta e distrutta dalle fiamme.

  Tra i greci che organizzavano e comandavano gli attacchi ai crociati, il più agguerrito era Alessio Duca detto Murzuflo, coinvolto in passato in una rivolta contro Alessio III per cui era stato imprigionato; ritornato Isacco al potere aveva subito ordinato la sua liberazione. Murzuflo, accanito nemico dei latini, era quello che più aveva premuto su Alessio IV per dissuaderlo dall’onorare i patti contratti con i crociati. Tra il popolo la situazione era esplosiva; s’individuava, non a torto, in Alessio IV la causa di tutte le tragedie che si erano abbattute su Costantinopoli negli ultimi tempi e cresceva il partito di quelli che volevano deporre padre e figlio ed eleggere un nuovo imperatore, capace di liberarli dal flagello latino. Farsi incoronare imperatore era una vecchia ambizione di Murzuflo; contava sull’appoggio della corte e se la cospirazione contro Alessio III gli era valsa la prigione, poco credeva di rischiare intrigando per rovesciare i due Angelo. Lui, come il popolo, non faceva i conti con i crociati, al contrario di Niceta Coniate che probabilmente esprimeva la posizione della burocrazia.

  Il 25 gennaio del 1204 ci fu un grande raduno di popolo a cui parteciparono il collegio dei pontefici, il senato e i principali sacerdoti; scopo dell’assemblea era deliberare l’elezione di un nuovo imperatore. Niceta si oppose fondando la sua posizione sull’impossibilità di rovesciare gli imperatori appoggiati dall’esercito straniero; un tale tentativo avrebbe arrecato mali ben peggiori di quelli fino ad allora subiti. Il suoi avvertimenti furono vani e per tre giorni si cercò affannosamente di trovare qualcuno disposto a farsi incoronare. Niceta racconta come quel trono scottasse e come nessuno dell’aristocrazia volesse correre i rischi di diventare imperatore in simile circostanze. Sembra che persino si cercasse, con la minaccia delle spade, di costringere i possibili candidati a    prendere la corona. In capo a tre giorni, contro la sua volontà, fu eletto Nicolò Canavo, un giovane   in precedenza sostenitore di Alessio III. Nicolò si recò a Santa Sofia per essere incoronato con un seguito di plebei. Venuto a conoscenza Isacco di quel che accadeva -secondo Niceta- chiamò in aiuto Bonifacio di Monferrato per chiedergli di mettere i suoi uomini a guardia del palazzo; i cronisti occidentali non riportano l’episodio. Murzuflo seppe sfruttare la paura di Isacco; aiutato da alcuni parenti e dall’eunuco capo del tesoro, denunciò i piani di mettere i latini a guardia delle Blacherne guadagnandosi in questo modo il sostegno dei  varanghi. Approfittando della confidenza in cui era con Alessio IV che lo aveva nominato protovestiario6, Alessio andò a trovarlo verso mezzanotte nella sua camera e gli parlò di un complotto dei suoi parenti e dei varanghi che lo aspettavano alle porte per trucidarlo e con questa menzogna, fingendo di portarlo in salvo, lo buttò in prigione con i ferri alle caviglie. Quello stesso giorno, con il nome di Alessio V,  Murzuflo fu proclamato imperatore; i suoi uomini fecero prigioniero Nicolò Canavo che attendeva a Santa Sofia di essere incoronato, senza che nessuno intervenisse a suo favore.

   Isacco Angelo, provato da tante sventure e ormai convinto che mai sarebbe stato sovrano di Oriente e Occidente, come gli avevano predetto i suoi indovini, morì sicuramente a causa della gotta dalla quale gli stessi indovini gli avevano più volte assicurato che sarebbe presto guarito.

    Il nuovo basileus tentò ripetutamente ma invano di avvelenare il deposto Alessio IV Angelo,  infine il 9 febbraio 1204 lo fece strangolare.  Il regno di Alessio IV era durato poco più di sei mesi.

Gladis Alicia Pereyra

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