Ceramica una storia senza fine

CERAMICA

UNA STORIA SENZA FINE INIZIATA NEL NEOLITICO

  Ceramica è il nome generico dei manufatti a base di argille. La ceramica è il primo materiale artificiale prodotto dall’uomo, anzi dalla donna. Impronte digitali femminili sono rimaste imprese nei reperti arrivati a noi dalla preistoria e ancora oggi in alcune società primitive la produzione del vasellame è in mano alle donne. L’aver creato un materiale resistente al fuoco e abbastanza impermeabile aprì una vasta gamma di nuove possibilità, soprattutto in campo alimentare, che insieme allo sviluppo dell’agricoltura -anche questa competenza femminile- cambiò profondamente la vita dei piccoli insediamenti preistorici.

  La terracotta, costituita da un impasto di argilla cotto a bassa temperatura, rappresenta il più elementare e antico tipo di ceramica. I prodotti in terracotta, oltre che dal colore rossastro dovuto alla presenza di sostanze ferrose, sono caratterizzati dalla porosità, quindi, poco adatti a contenere liquidi; per renderli impermeabili si impiegava, già in tempi preistorici, il metodo della brunitura che consiste nel levigare la superficie esterna dell’oggetto con stecche di legno o di osso.

  L’arte della ceramica, grande salto di qualità nella produzione di manufatti, si è diffusa in ogni area geografica in cui si svolgeva l’attività umana, ma è nel Estremo Oriente, principalmente in Cina, dove più rapidamente è progredita, raggiungendo livelli tecnici sconosciuti alle civiltà occidentali di pari sviluppo.

  Le terrecotte mesopotamiche del VI e V millennio a.C. provenienti da Hassuna, Samarrà, Halaf e Obeid che ci parlano del percorso seguito dalle civiltà fiorite tra il Tigris e l’Eufrate, le ceramiche iraniane del IV millennio a.C. decorate con eleganti stilizzazioni di leopardi, levrieri, uccelli e figure geometriche, le armoniose statue fittili delle dee cretesi, le splendi anfore e brocche tardominoiche di Cnossos e Festo, le urne cinerarie a capanna di culture italiche del IX -VIII secolo a.C. e, più vicini nel tempo, le terrecotte ingobbiate delle civiltà indoamericane, sono meravigliose testimonianze arrivate fino a noi dell’abilità e dell’estro di artigiani vissuti in tempi remoti.

  I metodi fondamentali di lavorazione della ceramiche, nonostante gli innumerevoli perfezionamenti, sono rimasti invariati attraverso i millenni. Si parte dalla preparazione dell’impasto argilloso, oggi totalmente meccanizzata, e si procede con le diverse fasi del modellato: a mano, al tornio o con l’aiuto di stampi. In seguito all’essiccazione che avviene in appositi locali si procede alla rifinitura del pezzo prima della decorazione. Ci sono diverse tecniche ornamentali: la più primitiva è quella a ingobbio, utilizzata già nel neolitico, consiste nel disegnare sull’oggetto crudo con barbotine colorate. La barbotina è un impasto argilloso di consistenza assai morbida tale da poter essere steso sulla superficie da decorare come una vernice. L’oggetto così trattato viene infornato una volta sola e non diventa impermeabile. Per ottenere l’impermeabilità e necessario sottoporre il manufatto ad una seconda cottura dopo essere stato ricoperto da uno strato di cristallina o smalto.

  Nel termine generico ceramiche sono comprese dall’umile terracotta, porosa e morbida, alla porcellana che è il suo aristocratico culmine, passando per le maioliche, le terraglie e il grès.

  La tradizione ceramica in Italia risale al VI -V millennio a.C. Agli albori del neolitico in Sicilia e nel meridione troviamo le terrecotte imprese chiamate “cardiane” dal nome della conchiglia cardiun, che serviva da stampo e, in epoche più tarde andando verso nord, le ceramiche incise a motivi geometrici della cultura di Sasso Fiorano che si stendeva dal Lazio all’Emilia e quelle bruno-lucide della cultura della Lagozza in Italia settentrionale, per nominare soltanto alcuni tipi di lavorazione tra i molti utilizzati nei diversi insediamenti preistorici sparsi nella penisola. Già in tempi storici troviamo quei raffinati ceramisti che furono gli Etruschi. A Veio fu attivo lo scultore Vulca, unico artista etrusco a noi noto, a cui si attribuiscono le sculture fittili del tempio di Apollo. Vulci vide fiorire le scuole dei pittori etrusco-corinzi e a Cerveteri ignoti ceramisti ci hanno lasciato a ricordo del loro talento opere come i sarcofagi degli sposi e quello dei leoni. Sarebbe impossibile menzionare tutte le scuole, gli artigiani e gli artisti dediti all’arte della ceramica che si sono susseguiti attraverso i secoli nel nostro paese fino ad oggi, ma è altrettanto impossibile passare sotto silenzio il nome dei della Robbia che hanno saputo dare il loro contributo a quella grande rivoluzione nel mondo culturale che fu il Rinascimento fiorentino creando opere mirabili per tecnica e bellezza.

  Le ceramiche italiana si contano tra le più pregiate di Europa. Ogni regione possiede una propria tradizione che trova le sue origini in tempi assai lontani. Vorremmo ricordare soltanto alcune delle produzioni ceramiche legate a un territorio o al nome di una famiglia divenute famose nel mondo grazie al carattere innovativo e all’alta qualità dei loro prodotti. Tra le più antiche, le manifatture di maiolica di Faenza che nascono nel medioevo e il cui numero, insieme al loro peso nell’economia locale, cresce ininterrottamente per tutto il quattrocento. Nel ‘600 il “bianco di Faenza” conquista l’Europa e in diversi paesi la maiolica viene chiamata con il nome francese di faience. Le maioliche faentine raggiungono il più alto grado qualitativo nel corso del ‘700 con la manifattura di Ferniani produttrice di opere di raffinata eleganza. Il marchese fiorentino Carlo Lorenzo Ginori, nel 1735, fonda nella sua villa di Doccia una manifattura di porcellane e nel 1896 i suoi discendenti fondono l’azienda di famiglia con quella creata nel 1840 a Milano dal ginevrino Giulio Richard. Nasce così la Richard-Ginori che attualmente gode di un più che meritato prestigio internazionale nel campo delle porcellane per uso domestico e industriale. Alcuni anni dopo che il marchese Ginori avesse avviato la sua fabbrica, nel 1743, un’altra nasceva a Napoli, per mano non già nobile, ma addirittura regale. Carlo III di Borbone, nel parco del suo palazzo di Capodimonte nella periferia di Napoli, faceva costruire un opificio destinato alla produzione di porcellane. Superfluo sarebbe parlare delle delicate policromie del vasellame di Capodimonte, contrassegnato dal giglio azzurro dei Borboni, o dell’espressività e dello squisito modellato delle sue statuine diventate vanto delle più rinomate collezioni di porcellane a livello mondiale.

  E fermiamoci qui. Lasciamo per ora i capolavori di quest’arte millenaria per rivolgere gli occhi alla nostra tavola di tutti i giorni, verso piatti e zuppiere e tazzine che ci accompagnano nei momenti più piacevoli del nostro quotidiano. Prendiamo atto di quanto questi umili oggetti forgiati nel più nobile e antico materiale siano un colorato, rassicurante, attestato di continuità che, attraverso i secoli, unisce le generazioni. Pensare a ciò renderà più lieta e distensiva la pausa del caffè.

Gladis Alicia Pereyra