Bonifacio I di Monferrato

BONIFACIO I  MARCHESE DI MONFERRATO

QUARTA PARTE

    Il presidio lasciato da Baldovino ad Adrianopoli agli ordini di Eustachio di Salubric non era in grado di respingere le forze del marchese e la città sarebbe stata sicuramente conquistata se Bonifacio fosse andato all’assalto e in gioco non c’era soltanto il possesso di Adrianopoli ma la pace tra crociati. Eustachio si affrettò a inviare due messi a Costantinopoli con l’ordine di cavalcare giorno e notte. L’arrivo della notizia destò viva preoccupazione nel doge e negli altri baroni rimasti a  guardia della città: una guerra tra il marchese e Baldovino sarebbe stata la fine dell’impero non ancora del tutto conquistato. Riuniti a consiglio nel palazzo delle Blacherne i condottieri decisero che Goffredo di Villehardouin avrebbe raggiunto Bonifacio per convincerlo a togliere l’assedio. Tra Villehardouin e il marchese esisteva un’amicizia di vecchia data, era dunque l’uomo più adatto alla delicata ambasceria. Il maresciallo di Champagne portò con sé Manassier de Lisle e fu, come si aspettava, molto ben accolto dal marchese. Le trattative si protrassero per alcuni giorni finché si arrivò a un accordo:  il marchese si affidava al doge di Venezia, al conte Luigi di Blois e Chartres, a Conon de Béthune e allo stesso Goffredo che ben conoscevano i suoi patti con Baldovino. Si stipulò una tregua tra gli assedianti e la città; Bonifacio ritornò a Didimotico dove lo aspettava la moglie. Durante l’assedio di Adrianopoli, Bonifacio ricevette un’altra ambasceria di cui la cronaca di Villehardouin non parla e che in certo modo spiega la netta presa di posizione a suo favore di Enrico Dandolo. Il marchese aveva avuto Candia in dono dal principe Alessio, a quanto pare al tempo dell’assedio di Costantinopoli. L’isola aveva una vitale importanza strategica per il commercio tra Oriente e Occidente e il suo possesso concedeva ampi vantaggi: era, quindi, molto ambita dalle città marinare. I legami dei Monferrato con Genova esistevano da sempre -questa era stata una delle cause per cui il doge non aveva voluto Bonifacio sul seggio imperiale- e a quanto pare il marchese aveva stabilito contati con i genovesi per cedere l’isola, senza arrivare a un accordo. Enrico Dandolo non si lasciò sfuggire l’occasione che gli offriva la situazione creatasi tra Bonifacio e l’imperatore: inviò al campo sotto le mura di Adrianopoli, Marco Sanudo e Ravano delle Carceri -che qualche anno più tardi si sarebbero impossessati rispettivamente di Naxos e di Negroponte-. I due, in qualità di rappresentanti del doge di Venezia, avevano tutti i poteri per contrattare l’acquisto dell’isola e portavano con sé mille marchi d’argento, somma non certo piccola da portare in contanti. Bonifacio trovò l’offerta conveniente e il 12 agosto 1204 si stipulò il contratto che dava a Venezia la totale sovranità su Candia che si separava così dall’impero d’Oriente. Il contratto prevedeva che il marchese di Monferrato oltre a Candia cedeva a Venezia le terre date in feudo a Guglielmo il Vecchio da Manuele Comneno, Tessalonica e il suo territorio e un credito di centomila iperperi  che vantava nei confronti dell’impero; in cambio avrebbe ricevuto mille marchi d’argento e un territorio nella penisola balcanica che fruttava diecimila iperperi d’oro annui. Questo territorio altro non era che Tessalonica, per lo stesso contratto ceduta a Venezia e che tornava così in possesso del marchese e dei suoi eredi. In quanto ai centomila iperperi del credito, se si tiene presente lo stato delle casse imperiali, recuperarli sarebbe stato assai improbabile. In sostanza nulla cambiava per Bonifacio salvo la cessione di Candia, per la quale erano stati pagati i mille marchi d’argento che erano il suo giusto prezzo; l’isola, inoltre, come molti dei territori spartiti dai crociati, doveva essere ancora conquistata, impresa quasi impossibile per chi non possedesse una flotta. Bonifacio, in virtù del contratto, si poneva sotto la signoria e la protezione di Venezia, salvi i diritti feudali dell’imperatore e contraeva l’obbligo di prestare assistenza militare alla Serenissima nel caso i suoi possedimenti in Romania venissero minacciati. Per predisporre il marchese ad accogliere la proposta il doge offriva di sostenerlo nella sua contesa con Baldovino e data l’autorità del Dandolo il suo appoggio poteva essere decisivo. Una volta ancora Enrico Dandolo fece sfoggio della sua intelligenza politica e del suo tempismo.

   Villehardouin e Manassier de Lisle tornarono a Costantinopoli con la buona notizia che il marchese concedeva una tregua e si rimetteva al doge e ai baroni per concordare la pace.  Immediatamente partirono messi per Salonicco portando una lettera all’imperatore. La nuova dell’assedio di Adrianopoli e della presa di Didimotico e delle terre circostanti da parte del marchese aveva preceduto i messi con la lettera dei crociati e Baldovino era partito lasciando a Salonicco una  compagnia al comando di Ranieri di Mons. Si dirigeva verso Adrianopoli  e le sue intenzioni non erano certo quelle di arrivare a un accordo con Bonifacio, ma di attaccarlo e con la forza costringerlo a togliere l’assedio. La fortuna, però, non sembrava accompagnarlo perché lungo il percorso i suoi cavalieri cadevano morti o gravemente ammalati a causa di un’epidemia scoppiata a Salonicco. Villehardouin racconta che i cavalieri morti furono quaranta e non dice quanti fossero quelli costretti dalla malattia a rimanere nei castelli che l’imperatore toccava nella sua marcia, ma ammette che l’oste era molto indebolito. Tra i deceduti c’era Pietro d’Amiens, cugino germanico del conte di Saint-Pol e signore di Roberto di Clari. I messi inviati da Costantinopoli incontrarono l’imperatore sulla strada di Adrianopoli; Baldovino li ascoltò e rimandò la risposta a dopo aver consultato il suo consiglio. Il messaggio era chiaro: il doge e i baroni crociati facevano sapere all’imperatore che non avrebbero sopportato la guerra in nessun modo. I più radicali tra i suoi consiglieri ne furono indignati, quel messaggio era un ultimato: o l’imperatore veniva a più miti consigli e rispettava i patti con il marchese o il doge e i crociati gli si sarebbero messi contro.  La riunione fu molto agitata, ma Baldovino non poteva perdere l’appoggio del doge e dei crociati, sarebbe stata la sua fine e trovò una formula che gli permise di salvare la sua dignità imperiale e al tempo stesso di non mettersi in rotta di collisione con quelli che gli avevano dato l’impero e avevano il potere di toglierglielo. Rispose che non si rimetteva al doge e ai baroni come gli era stato richiesto, ma s’impegnava a non attaccare il marchese e proseguire per Costantinopoli e così fece. Al suo arrivo in città fu accolto con tutti gli onori; dovette, tuttavia, ammettere il suo errore e rassegnarsi a restituire a Bonifacio i territori che gli spettavano. Partirono tre messi verso Didimotico, tra questi l’immancabile Goffredo di Villehardouin, con il compito d’invitare il marchese a recarsi a Costantinopoli per siglare la pace con l’imperatore e poter prendere possesso delle terre che gli erano state assegnate. Bonifacio accettò e partì  alla volta di Costantinopoli con i messaggeri e un seguito di cento cavalieri. Il doge, il conte Luigi di Blois e di Chartres insieme a un folto gruppo di cavalieri gli andarono incontro per dargli il benvenuto. Baldovino fu costretto a mantenere i patti e a Bonifacio, con il titolo di regno di Salonicco, vennero assegnate tutte le terre comprese tra Mosinopoli -che più tardi avrebbe dato in feudo a Villehardouin- e Salonicco, oltre alla Beozia, l’Argolide, la Corinzia e parte della Tessaglia, con l’obbligo di tenere questi territori in feudo dall’imperatore. Bonifacio poteva dirsi soddisfatto perché non soltanto aveva riportato un bel successo sul rivale ma soprattutto l’ambizione di stendere il dominio dei Monferrato a Oriente si concretizzava. Didimotico fu affidato a Goffredo di Villehardouin il quale avrebbe dovuto custodirlo finché il marchese stesso non lo avesse informato, attraverso messi accreditati o lettere con nastro e sigillo, di aver preso possesso delle sue terre. Soltanto allora Villehardouin avrebbe consegnato il castello all’imperatore.

    Le terre che Baldovino aveva occupato gli furono consegnate senza contrasti e dopo aver preso possesso della Macedonia meridionale Bonifacio affidò il governo di Salonicco alla moglie e partì con il figliastro Emanuele a sottomettere il resto dei territori. Nella Tessaglia fece prigioniero Alessio III insieme all’imperatrice, sua moglie e gli tolse le scarpe vermiglie e le vesti imperiali che spedì a Baldovino. Quello del marchese era un gesto di pace che l’imperatore seppe apprezzare. Le vesti, simbolo dell’autorità imperiale, a Baldovino; il prigioniero, però, lo inviò nel suo feudo del Monferrato.

   Tebe e Atene si sottomisero a Bonifacio, ma Leone Sgure che dal 1202 era signore di Corinto e di Nauplia gli mosse guerra; anche Michele Angelo Comneno, un bastardo della casata degli Angeli che in un primo momento era stato suo alleato, s’impadronì della città di Arta e gli si volse contro. Bonifacio mise l’assedio a Corinto e vi lasciò la metà delle sue truppe al comando di Giacomo d’Avesne, poi proseguì fino a Nauplia nell’Argolide e l’assediò. Le due città erano forti e molto ben difese e le schiere si logoravano senza riportare alcun successo. Gli uomini di Sgure, che si trovava a Corinto, fecero una sortita a sorpresa e furono sul punto di annientare i latini: Giacomo di Avesne ebbe una gamba ferita e a stento si evitò il disastro. Nel frattempo, Giovanni II Kalojan re di Valacchia e Bulgaria, secondo Villehardouin chiamato dai greci ai quali da molto tempo faceva la guerra con la promessa che se avesse cacciato i latini lo avrebbero fatto imperatore, invase la Macedonia e assediò Serre. Il marchese aveva lasciato la città ben custodita da ottimi cavalieri che furono comunque sopraffatti e con l’inganno fatti uscire dal castello dove si erano asserragliati dopo che il borgo era stato espugnato e ucciso il comandante Ugo di Coligny. Una volta impossessatosi del castello, Kalojan spogliò i cavalieri di tutti i loro averi e li spedì in Valacchia a piedi, mezzo nudi e scalzi; in seguito distrusse il castello e compì la strage con cui di solito coronava le sue vittorie. Tempo prima, nella settimana dopo la Pasqua, Baldovino era stato fatto prigioniero da Kalojan sotto le mura di Adrianopoli e portato in Valacchia; nello stesso scontro era morto il conte Liugi di Blois e di Chartres, caduto nella trappola dei cumani, popolo turco proveniente dalle steppe  tra il Don, il Volga e il Mar Nero, alleato del re bulgaro. Il conte, nonostante la decisione presa nel consiglio della sera precedente, nel caso fossero stati attaccati, di schierarsi davanti al campo e di non lasciare per nessun motivo la posizione, si lanciò all’inseguimento di un drappello di cumani che, impiegando una tattica tipica delle cavallerie della steppa, finse di fuggire per poi voltarsi e attaccare gli inseguitori ormai lontani dal resto dell’esercito. Le gravi notizie arrivarono a Bonifacio mentre continuava l’inutile assedio di Nauplia che subito tolse per tornare a Salonicco dove il bulgaro si dirigeva. Con Kalojan che guastava le terre vicine,  Salonicco si ribellò alla  regina Maria  che fu costretta a chiudersi nella fortezza; all’arrivo di Bonifacio, però, la rivolta era stata sedata. Giovanni Kalojan, consapevole dell’impossibilità di espugnare la città fintantoché il marchese  guidava la difesa, si accontentò delle devastazioni compiute nei dintorni e tornò nel suo paese.

   L’ex imperatrice, ora sua moglie, si era convertita alla religione cattolica e aveva dato a Bonifacio un figlio che lui volle chiamare Demetrio, in onore del santo protettore di Salonicco. Un altro lieto evento in famiglia sarebbe stato, da lì a poco, il matrimonio della figlia Agnese -nata dalle prime nozze del marchese con Elena dei conti di Bosco- con l’imperatore Enrico, appena succeduto sul trono al fratello Baldovino, morto prigioniero in Valacchia. Quel matrimonio serviva a Bonifacio per rinsaldare i buoni rapporti già esistenti con Enrico e avrebbe facilitato la costituzione di un fronte comune per contrastare le incursioni del re Bulgaro.

   Agnese sposò Enrico, con grande solennità, nella chiesa di Santa Sofia il 4 febbraio 1207. Le celebrazione si tennero nel palazzo di Bocca di Leone alla presenza di tutta la corte, entrambi gli sposi portavano la corona imperiale; Bonifacio, occupato in fortificare la Macedonia, non   partecipò alle cerimonie.

   L’inverno del 1207 il marchese lo passò impegnato nella ricostruzione e fortificazione di Serre;  fortificò anche Drama, un castello situato a Est di Serre e ridusse all’obbedienza le terre circostanti. Da Serre Bonifaciò andò a Mossinopoli e la città gli si consegnò. Inviò allora messi all’imperatore per invitarlo a un incontro presso il fiume che scorre sotto Capesale  -l’odierna Ipsala, nella valle della Marizza-. L’imperatore accettò di raggiungerlo e affidò Adrianopoli, dove si trovava, al cavaliere-trovatore Conon de Béthune. L’incontro fu molto cordiale; i due non si vedevano da molto tempo e può darsi che nei due giorni che durò il convegno abbiano ricordato le tante avventure vissute insieme dall’inizio della crociata. Bonifacio chiese notizie della figlia Agnese e l’imperatore lo informò che era incinta. Bonifacio gioì molto alla notizia: la maternità della figlia avrebbe forse permesso a un suo diretto discendente di sedere sul trono imperiale che a lui era stato negato. Il marchese rese omaggio feudale al genero e offrì a Goffredo di Villehadouin, a sua scelta, Mossinopoli e i suoi territori o Serre. Il maresciallo di Champagne e di Romania preferì Mossinopoli e si dichiarò vassallo ligio del marchese, salva la sua lealtà all’imperatore. Prima di separarsi Enrico e Bonifacio presero accordi per ritrovarsi a ottobre con le loro truppe nella prateria sotto Adrianopoli per cominciare l’offensiva contro Kalojan.

   Quell’ottobre non sarebbe arrivato per il marchese di Monferrato. Qualche tempo dopo il suo rientro a Mossinopoli, Bonifacio cavalcò contro bande di razziatori bulgari addentrandosi nelle montagne del Rodope, portando con sé una forza poco numerosa. Al rientro la sua retroguardia fu attaccata dai bulgari. Secondo il drammatico racconto di Villehardouin, quando il marchese sentì le grida, saltò a cavallo completamente disarmato come si trovava e con una lancia in mano corse là dove infuriava l’attacco, si scagliò violentemente contro i nemici e li inseguì per un buon tratto finché fu ferito a un braccio. La ferita provocò sicuramente la rottura dell’arteria e cominciò a perdere molto sangue. I suoi uomini si persero d’animo e la difesa fu compromessa; intanto l’emorragia fiaccava le forze di Bonifacio che svenne. Gli uomini sbandarono, tranne un manipolo di fedelissimi che lo difesero fino alla fine e furono trucidati. Al grande marchese fu tagliata la testa e portata come  trofeo a Kalojan.

   “Ahimè, che dolorosa perdita fu per l’imperatore Enrico e per tutti i latini della terra di Romania, per tal disavventura perdere un simile uomo, uno dei migliori baroni, e dei più magnanimi e dei migliori cavalieri che vi furono nel resto del mondo. E questa sventura avvenne nell’anno dell’incarnazione di Gesù Cristo milleduecentosette”

   Con questo omaggio al grande amico finisce la sua cronaca Goffredo di Villehardouin.

   Quello slancio imprudente e altruistico che lo portò là dove i suoi guerrieri erano in pericolo, anziché mettersi in salvo come sarebbe stato più conveniente per un condottiero con le sue responsabilità, resta a testimoniare la natura dell’uomo.

   “…il buono marchese di Monferrato che è ancora nel cuore per la fama della sua liberalità” disse di lui Dante e sicuramente tra quel pugno di valorosi che scelsero di seguire la sorte del loro signore c’era un altro poeta: il trovatore provenzale Rambaut de Vaqueiras che da giullare ramingo per la Lombardia divenne cavaliere nella corte di Monferrato, grazie alla liberalità del marchese “Que gen m’avetz noyrit et adobat / e fait gran be e de bas aut poiat, / e de nien fait cavalier prezat, / grazit en cort e per donas lauzat.” Come ricordava Rambaut nell’epistola epica scritta in Oriente al “Valens Marques, senher de Monferrat” al fianco del quale era rimasto dai tempi della giovinezza dividendo con lui i piaceri della corte e le fatiche e gli azzardi della guerra. Secondo il suo biografo provenzale, Rambaut ricevette dal marchese grande terra e grande rendita e non c’è da dubitarne; Bonifacio aveva l’abitudine di distribuire equamente le terre tra i suoi cavalieri man mano che le conquistava. La sua prodigalità sembra gli abbia creato non pochi problemi e abbia spesso dovuto far ricorso ai prestatori per procurarsi del denaro, al punto tale che il Comune di Vercelli vietò ai vercellesi di far prestiti al marchese, con un’ordinanza del 1194 che rinnovò nel 1197. La decisione di Vercelli trova giustificazione nel fatto che molto probabilmente il marchese destinava il denaro così ottenuto dai cittadini del comune per far loro la guerra. Numerose furono le vendite di castelli, terre e borghi effettuate da Bonifacio durante gli anni che trascorse a capo del marchesato del Monferrato; la fastosa vita di corte e le costanti guerre con i comuni vicini assorbivano forti somme. Per finanziare la sua partecipazione alla spedizione in Sicilia a fianco di Enrico VI, fu costretto a vendere i suoi possedimenti in Marcenasco a un ricco cittadino d’Alba di nome Pietro Costanzo e a un gruppo di banchieri astigiani il castello di Felizzano. L’ultima rinuncia ai suoi diritti su un territorio in cambio di denaro ebbe luogo sotto le mura di Adrianopoli quando cedette ai Veneziani Candia per mille marchi d’argento, come abbiamo ricordato. In quell’occasione non fu il bisogno di denaro a spingere Bonifacio a vendere l’isola, ma le difficoltà che la sua conquista presentava.

   Dalla biografia di Bonifacio I di Monferrato  emerge il profilo di un uomo di poliedriche capacità, il ritratto di un grande esponente del feudalismo in declino che alla politica e all’esercizio del mestiere delle armi, prerogativa secolare della classe cui apparteneva, univa la sensibilità per la cultura in generale e per la poesia e la musica in particolare, frutto dell’ambiente cortese in cui era cresciuto. La forte personalità e le doti politiche e diplomatiche gli guadagnarono il rispetto e la stima dei grandi della terra dell’epoca e la devozione degli uomini sotto il suo comando. Più volte nelle sue memorie Villehardouin afferma che il marchese era molto amato nell’esercito e una prova ancora del rapporto generoso con i suoi uomini Bonifacio la diede durante l’assedio di Nauplia quando, nonostante l’esigua truppa su cui poteva contare, acconsentì a che Guglielmo di Champlitte lasciasse il campo conducendo con sé più di cento cavalieri e sergenti a cavallo per andare insieme a Goffredo di Villehardouin  -nipote del maresciallo di Champagne- a conquistare a proprio beneficio la Morea.

   E concludiamo questo limitato ritratto del marchese di Monferrato ricordando che il prossimo 4 settembre ricorre l’ottavo centenario della sua morte.

Gladis Alicia Pereyra