La conquista di Costantinopoli

 LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI

LA QUARTA CROCIATA

LA REGINA DELLE CITTA

   Nell’abbazia di Santo Stefano i condottieri crociati tennero assemblea. Il doge propose di gettare le ancore nelle isole vicine, ricche di grano e di ogni bene, evitando così di sbarcare sulla terra ferma dove, per procurare i viveri che scarseggiavano, l’esercito si sarebbe dovuto sparpagliare nel vasto territorio riportando inevitabili perdite che una truppa tanto esigua, con un compito tanto grande, non poteva permettersi. Nelle isole, senza correre pericoli, avrebbero potuto caricare le navi con tutto il necessario. Dandolo finì dicendo: ” e quando avremmo caricato i viveri andiamo davanti alla città e facciamo quello che Nostro Signore avrà disposto per noi…”1 Era il 23 giugno 1203, vigilia della festa di San Giovanni. Il giorno dopo i crociati approntarono le armi, issarono sui castelli delle navi bandiere e gonfaloni e innalzarono pavesate con gli scudi ai bordi dei posticci2 delle galee; in seguito sfilarono davanti alle mura di Costantinopoli gremite di gente, dalle torri scagliarono frecce che caddero in mare. La flotta proseguì e anziché andare a gettare le ancore nelle isole, come era stato deciso, si diresse verso la terra ferma per approdare a Calcedonia,3 situata di fronte a Costantinopoli dall’altra parte del Bosforo verso la Turchia. I conti e i baroni alloggiarono in un palazzo dell’imperatore e il resto dell’esercito si accampò nella città, opulenta e attorniata da una campagna traboccante di covoni appena mietuti, ricchezze di cui gli affamati crociati si servirono a volontà. In quella città l’esercito restò tre giorni, poi proseguì per terra mentre le navi avanzavano lungo la costa fino a raggiungere Scutari, palazzo imperiale che si alzava sulla costa asiatica di fronte a Costantinopoli. I crociati occuparono il palazzo e nel territorio circostante montarono le tende. Alessio III che, secondo Niceta Coniate, aveva preso scarsi provvedimenti nonostante fosse informato dell’avvicinarsi della flotta, costretto ormai dal comportamento dei latini si decise a far uscire il proprio esercito e a mettere il campo davanti alle porte della città. Per nove giorni i due eserciti rimasero schierati sulle opposte rive del Bosforo; in quel periodo i francesi organizzarono una spedizione contro un  accampamento greco, situato a tre leghe da Scutari, dove stanziavano cinquecento uomini comandati dal megaduca dell’imperatore. I cavalieri francesi non erano più di ottanta, ma l’impeto con cui attaccarono diede loro la vittoria e un ricco bottino d’armi, cavalli, muli e padiglioni che fu equamente diviso quando la schiera rientrò trionfante al proprio campo. Quell’attacco dovette fugare in Alessio III ogni dubbio -ammettendo che potesse averne- sulle intenzioni dei crociati e il giorno dopo inviò un messaggero a Scutari. Il messo si chiamava Nicola Roux, era nativo della Lombardia4 e il messaggio dell’imperatore che riferì al consiglio dei crociati cominciava riconoscendo che i baroni crociati erano i più grandi signori non coronati della miglior terra esistente e proseguiva dicendo che l’imperatore si domandava a quale scopo fossero venuti nel suo regno, terra di cristiani, quando lui sapeva che erano partiti per liberare il Santo Sepolcro in Terra Santa; offriva poi viveri e denaro nel caso ne avessero bisogno per poter proseguire e finiva ricordando la sua intenzione di non nuocer loro in alcun modo nonostante fosse in grado di sterminarli anche se fossero stati venti volte quelli che erano. Un discorso del genere avrebbe, forse, potuto impressionare i crociati abbagliati da Costantinopoli, splendente sull’altra riva, ma non certamente Enrico Dandolo che conosceva assai bene le forze su cui poteva contare l’imperatore. La flotta, secondo quanto racconta Niceta Coniate, era stata svenduta pezzo per pezzo dal suo stesso comandante Michele Scriphno, cognato dell’imperatrice e ne restavano non più di venti legni in uno stato di totale abbandono; le forze di terra non primeggiavano per organizzazione, le casse imperiali erano quasi vuote e la rilassatezza di costumi insieme alla corruzione dilagavano nel palazzo e altrove. Se i crociati non conoscevano il reale stato dell’impero avevano avuto un primo saggio della scarsa potenza del suo esercito nello scontro del giorno precedente e la replica fu diretta e arrogante. Per via della sua eloquenza fu scelto per rispondere il cavaliere-trovatore  Conon de Béthune, uomo di grande esperienza oltre che fine poeta, che aveva partecipato alla terza crociata.  Conon mandò a dire ad Alessio III che quello non era il suo regno e che lui usurpava quella terra peccando contro Dio; quel regno apparteneva a suo nipote Alessio erede di suo fratello, l’imperatore Isacco II. I crociati avrebbero pregato il nipote di perdonarlo e dargli da che vivere con larghezza se lui avesse voluto arrendersi e restituire corona e impero al legittimo erede. Conon concluse dicendo: “E se non tornate per questo messaggio non siate tanto ardito di tornare qui una seconda volta”. 5

      Si decise, il giorno dopo, di presentare ai bizantini Alessio come il loro legittimo signore. Enrico Dandolo e il marchese di Monferrato, insieme al giovane principe, si avvicinarono alle mura di Costantinopoli a bordo di una galea -sicuramente la più ricca, quella del doge- scortati da tutte le altre. “Ecco il vostro signore naturale” gridarono, mostrando Alessio alla folla che si accalcava sulla muraglia e assicurarono di non essere venuti per arrecar danno agli abitanti della città ma per proteggerli e difenderli a patto che facessero quello che dovevano, vale a dire: passare dalla parte del figlio del legittimo imperatore, deposto e accecato dal proprio fratello il quale in quel momento, in peccato contro Dio, occupava il suo trono. Finirono minacciando che qualora non  fossero passati dalla parte del principe “noi vi faremo il peggior male che potremo”.6 La reazione della gente che ascoltava non fu certo quella auspicata. Villhardouin si limita a dire che nessuno passò dalla parte del principe per timore dell’imperatore. Le porte della città, era ormai chiaro, non sarebbero state aperte a un principe che veniva a rivendicare i suoi diritti tirandosi dietro la più grande flotta occidentale che avesse mai raggiunto quelle rive: l’unica strada per far sedere Alessio sul trono e riscuotere la ricompensa promessa era quella di combattere. La mattina seguente, dopo la messa, si tenne un parlamento a cavallo in mezzo ai campi. Dalle ristrette assemblee dei capi si passava al grande raduno dove avrebbe partecipato la maggioranza dei cavalieri e il cui scopo era organizzare l’esercito in compagnie per l’assalto alla città. Si stabilì che le schiere sarebbero state sette: l’avanguardia fu affidata a Baldovino di Fiandra e la seconda schiera a suo fratello Enrico. La terza era agli ordini del conte Ugo di Saint-Pol. La quarta la comandava il conte Luigi di Blois e di Chartres. Nella quinta, assegnata a Matteo di Montmorency, militava il maresciallo Goffredo di Villehardouin e tutti i cavalieri della Champagne. I guerrieri della Borgogna costituivano la sesta schiera e la settima, la retroguardia, era guidata dal marchese Bonifacio di Monferrato. La retroguardia era molto numerosa e la costituivano cavalieri lombardi, toscani e alemanni e “tutti quelli del territorio che va dal Moncenisio a Lione sul Rodano”7. Alcuni degli uomini di questa schiera, soprattutto gli italiani e i tedeschi, avrebbero formato il nucleo intorno al quale si sarebbero organizzate le forze che avrebbero preso le parti del marchese nel corso dei sui contrasti con Baldovino e in un secondo tempo avrebbero seguito Bonifacio nel regno di Salonicco e nella conquista dei territori della Grecia, fino alla morte nell’imboscata tesa dai Bulgari. Tra quei fedelissimi si trovava il poeta provenzale Rambaut di Vaqueiras, a fianco del marchese fin dai  tempi della giovinezza. Rambaut aveva cantato le gesta giovanili in Liguria del suo signore e avrebbe ricordato quei gloriosi giorni lontani nella terza lassa della famosa lettera scritta in Oriente. Non si sa con esattezza quando il trovatore morì, ma si pensa che sia caduto insieme a Bonifacio nell’imboscata del settembre 1207.

  L’esercito era stato organizzato per la guerra imminente e gli uomini a istanza del clero si confessarono e fecero testamento affinché la possibile morte non li sorprendesse impreparati. Il cinque luglio 1203, più di venti giorni dopo il loro arrivo all’abbazia di Santo Stefano, i crociati attraversarono il Bosforo. Per avanzare più rapidamente, gli uscieri furono legati alle galee e su queste s’imbarcarono, armati di tutto punto, gli uomini che dovevano partecipare alla battaglia, il resto salì sulle navi. L’imperatore con la sua truppa attendeva sulla sponda opposta. Non c’era un ordine di arrivo e i guerrieri latini nell’ansia della lotta si gettavano in mare con gli elmi allacciati e le spade in mano e con l’acqua alla cintura raggiungevano la riva. In un primo momento sembrò che i greci fossero pronti a combattere ma, in vista dello scontro inevitabile, ripiegarono verso la città lasciando il campo abbandonato con tende e padiglioni ancora montati, di cui i crociati fecero   bottino. La flotta entrò nel Corno d’Oro indisturbata e approdò nel porto di Galata dove si trovava una torre a cui era legata la catena che partendo da Costantinopoli attraversava l’insenatura chiudendo l’accesso al porto; i crociati compressero che prendere la torre e tagliare la catena erano priorità assolute. Si accamparono davanti alla torre e nel quartiere ebraico chiamato l’Estanor per passare la notte. La mattina, verso terza,8 gli uomini della torre fecero una sortita, aiutati da rinforzi arrivati da Costantinopoli su alcune barche. Si combatté duramente; nelle file latine ci furono feriti, ma la reazione dell’esercito fu così violenta che travolse i greci. Quelli venuti dal mare cercarono di arrivare alle barche per fuggire; nel tentativo molti annegarono ma la maggior parte fu massacrata e le barche distrutte. I guerrieri della torre ripiegarono incalzati dai crociati che li raggiunsero alle porte del castello e impedirono che fossero chiuse. La fortezza cadde in mano ai latini; i greci che riuscirono a scampare la morte furono fatti prigionieri. Conquistata Galata, i crociati ruppero la catena ed entrarono nel porto di Costantinopoli: vi trovarono alcune galee che i greci avevano abbandonato e le distrussero, davanti agli occhi attoniti della città. Il grosso della flotta giunse al porto soltanto il giorno dopo e subito si tenne un consiglio per concordare un piano di attacco. I veneziani volevano attaccare dal mare, ma i francesi erano abituati a combattere a cavallo o a piedi e nulla sapevano delle tattiche navali, si decise allora che ognuno avrebbe impiegato le proprie forze dove meglio potevano rendere: i veneziani sul mare e i francesi sulla terra. Passarono quattro giorni prima che l’esercito cominciasse a muoversi. Le schiere costeggiarono il porto fino al palazzo imperiale di Blacherne, parallelamente avanzava la flotta. In fondo al porto trovarono un fiume valicabile soltanto attraverso un unico ponte che era stato distrutto dai greci; per ricostruirlo l’esercito lavorò un giorno e una notte. La mattina il ponte era di nuovo utilizzabile e l’esercito  poté avanzare fino a piazzarsi davanti alla città. Si decise di alzare le tende tra il palazzo di Blacherne e la fortezza di Boemondo, chiamata così perché vi era soggiornato Boemondo I d’Altavilla durante la prima crociata;  si trattava in realtà di un’abbazia fortificata consacrata ai santi Cosma e Damiano, il Cosmedium, dove secondo Niceta Coniate i greci offrirono, senza successo, una certa resistenza. Villehardouin ricorda che, una volta innalzati tende e padiglioni, il campo era una cosa terribile a vedersi perché l’intero esercito arrivava ad assediare una porta soltanto di Costantinopoli e più avanti afferma che mai tanta gente in una città fu assediata da così pochi. In un primo momento l’esercito crociato più che assediante era assediato; sempre secondo il racconto di Villehardouin, non c’era ora del giorno o della notte che una schiera non stesse appostata in armi davanti alla porta per respingere le sortite dei cavalieri bizantini e custodire le macchine che si allestivano per dare l’assalto. Non passava giorno in cui l’intero oste non fosse costretto a prendere le armi sei o sette volte, mentre dalle muraglie piovevano pietre; era impossibile allontanarsi per procurare i viveri che erano sempre più scarsi e non restava altra scelta che nutrirsi con la poca farina rimasta e con la carne dei cavalli che venivano uccisi nei continui scontri. Niceta Coniate invece biasima l’immobilismo dell’imperatore; la difesa della città, secondo quanto racconta, era in mano ai pochi valorosi che si avventuravano nelle sortite affinché i latini non pensassero che la città fosse vuota di uomini. Tra questi valorosi c’era Teodoro Lascaris, genero di Alessio III, che sarebbe stato dopo la conquista di Costantinopoli il primo imperatore nell’esilio di Nicea. I crociati riuscirono a fortificare il campo con palizzate e questo li fece sentire più sicuri nonostante i greci continuassero ad attaccarli senza tregua, quella situazione durò dieci giorni. I veneziani intanto erano rimasti sulle navi a preparare i marchingegni per l’attacco. Roberto di Clari ci ha lasciato un’interessante descrizione dei ponti fatti con le antenne delle navi che servivano per arrivare in cima alle mura. “Allora fece il doge di Venezia molti meravigliosi marchingegni e molto belli. Fece prendere le antenne che portano le vele delle navi, che avevano ben trenta e più tese di lunghezza, le fece legare bene e attaccare con buone corde agli alberi e fece fare sopra buoni ponti e buoni appoggi con delle corde; erano i ponti così larghi che tre cavalieri armati potevano andare di fronte. E fece il doge proteggere i ponti così bene e coprirli ai lati da grosse stoffe e di tele che quelli che vi montassero per assalire non dovessero temere né dardi di balestre né frecce; e lanciò il ponte tanto in avanti oltre la nave che questo aveva una buona altezza, dal ponte fino a terra, all’incirca quaranta tese o di più…”9

  In capo a quei dieci difficili giorni, in cui i crociati nonostante le continue sortite dei greci non smisero di preparare le macchine di guerra necessarie, l’esercito era pronto per l’assalto e così i veneziani con le navi. L’offensiva iniziò un giovedì mattina; le sette schiere erano state predisposte in modo tale che quattro sarebbero andate all’assalto delle mura e tre rimaste a difendere campo. Il conte Baldovino di Fiandra, suo fratello Enrico, il conte Luigi di Blois e di Chartres e il conte Ugo di Saint-Pol con le rispettive schiere andarono alle mura; il marchese di Monferrato e Matteo di Montmorency con i loro uomini, insieme a quelli della Borgogna, restarono nel campo. I francesi  adoperando gli arieti riuscirono ad aprire un varco nel muro dalla parte del mare e ingaggiarono una durissima battaglia con i difensori greci che aiutati dai varanghi10 e dai pisani11 riuscirono a respingerli. Il primo assalto era fallito; i crociati dovettero cedere le loro posizioni e ripiegare; due uomini furono fatti prigionieri e condotti davanti all’imperatore, i feriti e i contusi erano innumerevoli.  Intanto la flotta sferrava il suo attacco che risultò decisivo. Le galee, le navi e gli uscieri erano stati allineati su un solo fronte che si stendeva per quattro tiri di balestra e in quella formazione avanzavano; i mangani, le balestre e gli archi tiravano senza sosta, mentre i ponti sfioravano quasi le mura al punto che c’erano già contatti tra i contendenti. Le galee, tuttavia, indugiavano a toccare terra; allora Enrico Dandolo, in piedi sulla prua della propria, armato e con in mano il gonfalone di San Marco, grida che lo facciano sbarcare e la galea tocca terra e gli uomini saltano fuori con in testa il vecchio doge portando l’insegna di Venezia. Al di là dei giudizi che quell’impresa può suscitare, è impossibile non restare ammirati davanti alla tempra di quell’uomo ultranovantenne e ceco e ammirazione destò la sua fierezza tra gli uomini impegnati con lui nella spedizione, guerrieri avvezzi a un eroismo anonimo e quotidiano; Villehardouin comincia a raccontare la sua azione dicendo: “Ora potrete udire una prodezza straordinaria”.12 I veneziani considerarono un disonore che il loro doge fosse sbarcato per primo e all’unisono toccarono terra galee, navi e uscieri e gli uomini, facendo a gara, saltavano a terra e si lanciavano all’attacco; non passò molto tempo prima che il gonfalone di San Marco sventolasse su una torre davanti agli occhi perplessi dei francesi che si domandavano come fosse arrivato lassù. Il furioso  assalto dei veneziani fece retrocedere i difensori delle mura e venticinque torri furono espugnate. Il doge inviò un messo per annunciare all’oste la conquista delle torri e assicurare che erano ben difese e non potevano andare perse; più tardi cominciò a mandare su battelli destrieri e palafreni presi ai greci di cui i cavalieri crociati avevano gran bisogno perché più di duecento erano rimasti a piedi.

   La perdita delle torri spinse Alessio III a mobilitare una grande quantità di soldati nel tentativo di recuperarle e ricacciare il nemico fuori dalle mura. I veneziani, vedendo arrivare una forza in grado di soverchiarli, pensarono bene di mettere una barriera di fuoco tra loro e i greci; il vento fece il resto e tutta la parte della città che si affacciava sul Corno d’Oro fu data alle fiamme: la tragedia di Costantinopoli era cominciata.

   Il basileus, che secondo Niceta Coniate pensava soltanto a mettersi in salvo e anziché prendere provvedimenti per difendere la città faceva preparativi per fuggire, davanti a una tale sventura fu costretto ad affrontare il nemico. Con il grosso delle truppe uscì da alcune porte distanti dall’accampamento crociato e, dopo aver organizzato le schiere in aperta campagna, cominciò ad avanzare. Villehardouin calcola in circa sessanta le schiere bizantine che cavalcavano verso i francesi che di schiere ne avevano soltanto sette. “Sembrava che tutta la campagna fosse coperta di schiere; e avanzavano al passo tutti ordinati”.13 I latini, nonostante la schiacciante superiorità numerica, non si persero d’animo e allinearono sei schiere davanti alla palizzata, togliendo all’imperatore ogni possibilità di accerchiarli. L’intenzione di Alessio era di far uscire parte della truppa da altre porte e attaccare da più punti, ma i francesi non lasciavano la loro posizione e l’unica  scelta che restava ai greci era quella di colpire frontalmente. L’esercito imperiale si fermò vicinissimo  all’avversario e i due schieramenti rimasero a lungo uno di fronte all’altro scagliandosi frecce: i greci non osavano attaccare e i francesi non avanzavano perché sapevano che sarebbero stati annientati. La situazione si risolse quando Alessio decise di ritirarsi. I crociati cominciarono a cavalcare al piccolo trotto verso le truppe bizantine che ripiegavano e, secondo Niceta Coniate, conficcavano le lance nelle schiene dei soldati greci per ignominia dell’imperatore che quella stessa notte sarebbe fuggito in nave verso Develto sul Mar Nero, portando con sé le insegne imperiali, diecimila monete d’oro e una quantità di gioielli con pietre preziose e perle.

Gladis Alicia Pereyra

continua:  LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI LA QUARTA CROCIATA L’EFFIMERO REGNO DI ALESSIO IV

1 Villehardouin, La conquista di Costantinopoli
2 Posticci: assi laterali della struttura rettangolare chiamata telaro che posava sullo scafo delle galee sporgendo lateralmente per più di un metro. Nei posticci erano inseriti gli scalmi a cui erano legati i remi. La parte del telaro che sporgeva dallo scafo tra i banchi dei rematori e il posticcio veniva utilizzata come passerella di combattimento e, a protezione degli armati e dei vogatori, si mettevano sull’orlo del posticcio degli scudi -i pavesi- lasciando liberi gli spazzi per i remi. In epoche posteriori si rimpiazzarono gli scudi con un parapetto di legno che dal nome degli scudi continuò a chiamarsi pavesata.
3 Oggi Kadikoi
4 I basileus si servivano spesso di stranieri per incarichi importanti. In questo caso forse la scelta di un lombardo per inviare come messo ai crociati non fu casuale.
5 Villeardouin: op.cit.
6 ibidem
7 ibidem
8 le nove odierne.
9 Roberto di Clari: La conquista di Costantinopoli
10 mercenari inglesi e danesi che formavano la guardia imperiale.
11 Non è da meravigliarsi che i pisani abbiano preso parte attiva allo scontro se si considera che Alessio III aveva fatto molte concessioni e accordato ampi vantaggi commerciali alla loro colonia,  privilegi che sarebbero andati in fumo se i veneziani fossero riusciti a imporre un basileus a loro debitore
12 Villehardouin: op.cit.
13 villehardouin: ibidem