Bonifacio I di Monferrato

BONIFACIO I  MARCHESE DI MONFERRATO

TERZA PARTE

  In vista della partenza per la crociata, al rientro dal viaggio a Roma, Bonifacio si occupò dei molti affari pendenti con i comuni. Riconobbe, come già accennato, il lodo del Comune di Milano che chiudeva il conflitto con Vercelli e vendette a Vercelli stessa il borgo e il castello di Trino, nonché il bosco di Lucedio per 7000 lire pavesi e per 3000 lire anche il borgo e il castello di Pontestura, riservando per sé e per i propri familiari il diritto di riscatto entro cinque anni. Il 25 luglio, sempre a Vercelli, assistette alla conclusione delle trattative per il matrimonio di suo nipote Bonifacio di Saluzzo con Maria di Sardegna, in seguito il marchese partì per l’appuntamento con i crociati. Sembra che il figlio, nato dal primo matrimonio con Elena dei conti di Bosco, lo abbia accompagnato fino a Pavia perché in questa città il 9 agosto si congedò da lui lasciando nelle sue mani le vertenze ancora non risolte con Asti e Alessandria, promettendo di ratificare tutti gli accordi che il giovane avrebbe preso durante la sua assenza.

  Il marchese arrivò a Venezia per prendere il comando della crociata il 15 agosto 1202, giusto in tempo per consegnare al doge Enrico Dandolo, insieme agli altri capi crociati, tutto il vasellame d’oro e d’argento e ogni altro oggetto di valore che portava con sé, oltre a denaro avuto in prestito, nel tentativo di saldare gli ottantaquattro mila marchi d’argento dovuti a Venezia per il passaggio in Egitto. Nonostante gli sforzi compiuti dai capi crociati per racimolare l’ingente somma, rimasero trentaquattromila marchi d’argento ancora da saldare e quel debito costò alla città di Zara saccheggio e distruzione. Il marchese fu tra quei condottieri che accettarono la proposta del Dandolo di aiutarlo a riconquistare Zara in cambio di una dilazione nel pagamento del saldo. Nello stesso mese arrivarono i messaggeri di re Filippo di Svevia per perorare la causa di Alessio e saggiare la disponibilità dei crociati ad aiutarlo a riavere il trono di Costantinopoli strappato al padre.

  Quando il primo ottobre la flotta partì verso Zara, il marchese restò a Venezia, probabilmente per definire i termini degli accordi con Alessio che più tardi sarebbero stati presentati al vaglio dei crociati. Non partecipò alla presa e al saccheggio di Zara compiuti dai veneziani con l’appoggio dell’esercito crociato; il suo arrivo alla città occupata avvenne a metà dicembre.

   Nel gennaio 1203 i messi di Filippo di Svevia e del principe Alessio raggiunsero i crociati che svernavano a Zara; portavano la proposta concreta di un patto in virtù del quale l’esercito crociato si sarebbe dovuto recare a Costantinopoli per ridare a Isacco II Angelo il trono usurpato dal fratello; per simile favore, Alessio li avrebbe ampiamente ricambiati.1 Bonifacio si batté per convincere i crociati sui vantaggi di accettare la proposta e con l’appoggio del doge, di Baldovino di Fiandra e altri condottieri, riuscì a ottenere che l’accordo fosse siglato.

   Dopo la Pasqua 1203, la flotta lasciò Zara e fece rotta verso Corfù. Bonifacio e il doge rimasero con alcune galee e navi ad aspettare il principe Alessio, per poi proseguire all’arrivo del giovane e raggiungere l’esercito che li attendeva nell’isola greca. Il 24 maggio, vigilia di Pentecoste, la flotta al completo lasciò Corfù, costeggiò la Morea e, addentrandosi nell’Egeo, fece scalo a Negroponte; da quest’isola partì una spedizione organizzata e comandata da Bonifacio, insieme a Baldovino di Fiandra, contro gli abitanti di Andros che il marchese costrinse a riconoscere Alessio come figlio dell’imperatore di Bisanzio e a pagargli tributo.

  Una volta giunta la flotta a Costantinopoli e comminato all’usurpatore Alessio III di consegnare il trono al nipote, si formarono le schiere per l’assalto alla città. Bonifacio comandò la settima schiera che teneva la retroguardia e della quale facevano parte cavalieri toscani, lombardi e tedeschi. Durante il primo assalto il marchese e la sua gente ebbero la difesa del campo insieme alla quinta schiera dei guerrieri della Champagne e della Borgogna, comandata da Matteo di Montmorency. Fuggito Alessio III nella notte del 17 luglio 1203, la città si arrese e il giorno seguente Bonifacio accompagnò il principe Alessio a prendere possesso del trono accanto al padre Isacco, già insediato dal popolo. Una volta ottenuto il potere a Costantinopoli Alessio IV partì per una spedizione con   l’obiettivo di assoggettare il resto dell’impero; il marchese lo accompagnò a capo di una schiera di crociati: con lui, tra gli altri, andarono il conte di Saint Pol  e il fratello di Baldovino di Fiandra.

   Come era da temersi, data la situazione delle casse imperiali, Alessio IV non fu in grado di mantenere la promessa fatta ai crociati e cominciò a dilazionare i pagamenti finché questi cessarono  del tutto. Bonifacio che per volontà di Filippo di Svezia era stato protettore del giovane principe durante il viaggio a Costantinopoli e l’assedio alla città, si recò spesso al palazzo delle Blacherne a parlare con Alessio per ricordargli il gran servizio che l’esercito crociato gli aveva reso e sollecitarlo a mantenere i patti. Alessio tergiversava finché cominciò a diventare altezzoso e scostante: lui era l’imperatore di Bisanzio e poteva anche non mantenere gli impegni, non per questo doveva essere importunato con continui reclami; il possesso del potere non aveva fatto che aumentare la sua imprudenza. Imprudenza che gli sarebbe costata la vita e a Costantinopoli morte  e distruzione. Gli eventi che si verificarono in seguito sono noti: Alessio IV fu deposto da un colpo di stato guidato da Alessio Ducas soprannominato Murzuflo, Isacco II morì e il suo avventato figlio lo seguì nella tomba poco dopo, assassinato dall’usurpatore. I crociati e i veneziani reagirono assediando, occupando e in parte distruggendo Costantinopoli. Dopo la presa della città, il marchese di Monferrato fu acclamato imperatore per le strade dal clero e dal popolo, la sua casata era conosciuta dai bizantini per essere stata imparentata con gli imperatori e lui era senza dubbi il più prestigioso tra i baroni crociati e il più adatto a sedere sul trono di Costantino. I veneziani, i veri padroni della situazione, non potevano accettare un imperatore che difficilmente si sarebbe piegato al loro volere, che possedeva tutte le condizioni per regnare con fermezza e autonomia e godeva di grande prestigio nell’esercito e dell’appoggio dei bizantini, oltre a essere imparentato con i più potenti re d’Europa. A Venezia serviva un uomo più disposto a fare gli interessi della sua attiva colonia stabilita nell’impero che negli ultimi decenni era stata più volte duramente colpita dai basileus susseguitisi sul trono. Quell’uomo poteva essere il giovane conte Baldovino di Fiandra e di Hainaut che nutriva grande ammirazione per l’anziano doge e Venezia si adoperò con successo perché venisse eletto imperatore. Bonifacio incassò la sconfitta e rese omaggio al nuovo basileus.  Prima dell’elezione, temendo nascessero conflitti tra l’imperatore eletto e il suo vinto avversario, si stabilì che a quest’ultimo venissero concesse in feudo le terre dell’impero dalla parte della Turchia e le isole greche; Bonifacio chiese a Baldovino di dargli invece il regno di Salonicco. Il marchese, secondo Villehardouin, avrebbe preferito Salonicco perché confinante con l’Ungheria del cui re aveva di recente sposato la sorella Margherita, basilissa vedova di Isacco II Angelo e dama molto bella, sempre secondo Villehardouin.  Va ricordato che Tessalonica era stata concessa in feudo da Michele Comneno a Ranieri, fratello di Bonifacio, al tempo delle sue nozze con Maria Porfirogenita, figlia di Michele e probabilmente questo fatto aveva il suo peso nella scelta del marchese. Baldovino in un primo momento sembra abbia acconsentito a soddisfare la richiesta di Bonifacio; in seguito, però, decise di andare a Salonicco e metterla sotto il suo dominio. Bonifacio che aveva raggiunto l’imperatore a Mosinopoli gli chiese di tener fede agli accordi, ma Baldovino non desistette dal suo proposito. Il marchese tornò indietro insieme a un folto gruppo di cavalieri a lui fedeli, tra i quali si trovava la maggior parte dei cavalieri tedeschi e arrivò al ricco e ben fortificato castello di Didimotico a sud di Adrianopoli che gli fu consegnato. I greci cominciarono a passare dalla sua parte e, secondo quanto racconta Villehardouin, tutto attorno il paese gli si arrese. Bonifacio con la sua schiera ingrossata dai cavalieri greci proseguì verso Adrianopoli che si era consegnata a Baldovino e la mise sotto assedio. Il marchese di Monferrato era senza dubbio un uomo di grande carisma che sapeva guadagnarsi l’affetto e la lealtà incondizionata dei suoi uomini; era inoltre un abile politico in grado di sfruttare al meglio le condizioni a lui favorevoli. Ferito nell’orgoglio per non essere stato eletto imperatore nonostante la superiorità sul rivale e umiliato dalla superbia con cui Baldovino si rifiutava di mantenere i patti, Bonifacio proponeva ai greci, già ben disposti nei suoi confronti, di eleggere imperatore Emanuele, figlio primogenito della sua attuale moglie e d’Isacco II Angelo, di cui aveva la tutela.

  Baldovino, intanto, continuava caparbiamente a disconoscere i diritti del marchese e si avvicinava a Salonicco dopo aver assoggettato le terre vicine, finché si accampò davanti alla città che tre giorni dopo gli fu consegnata dagli abitanti. Bonifacio, da parte sua, montava tende e padiglioni attorno ad Adrianopoli e si preparava all’assalto. Conseguenza di quella sfida avrebbe potuto essere una guerra tra latini che avrebbe messo in pericolo l’appena nato impero latino di Oriente. Allarmati, il doge di Venezia e i baroni rimasti a Costantinopoli fecero sapere a Baldovino che non avrebbero sopportato la guerra in alcun modo. Il novello imperatore aveva voluto saggiare la portata del suo potere e ne conobbe i limiti.

continua

Gladis Alicia Pereyra