La conquista di Costantinopoli

 La conquista di Costantinopoli

La IV crociata
Zara

  La flotta scese l’Adriatico lungo la costa Dalmata. Davanti agli occhi meravigliati e soggiogati delle popolazioni rivierasche, passavano e passavano galee, navi tonde, dromoni, uscieri, di uno sfarzo e di una bellezza mai visti fino allora e la sfilata sembrava non avere fine, la potenza di Venezia si dispiegava e copriva il mare. A Pola le navi fecero una sosta e probabilmente toccarono anche altri porti, perché soltanto la vigilia di San Martino, quaranta giorni dopo la partenza, l’armata si presentò davanti alle mura di Zara. La catena del porto fu subito spezzata ed ebbe inizio lo sbarco; dall’alto delle mura e delle torri gli abitanti della città osservavano, pieni d’ansia, l’incontrastabile nemico piantare le tende. Le porte furono chiuse e la città si preparò alla difesa nonostante fosse consapevole dell’inutilità di qualsiasi resistenza. Il giorno dopo la festa di San Martino, una delegazione di zarotini raggiunse il campo per parlamentare e fu condotta nella tenda del doge. Gli emissari offrirono al Dandolo di consegnargli la città  e di avere in cambio, a sua discrezione, salva la vita degli abitanti; lui rispose che prima di prendere qualsiasi decisione doveva consultare i baroni crociati e uscì lasciando gli inviati ad attendere la risposta. I baroni diedero il loro consenso, ma l’accordo non si fece: sembra che alcuni uomini tra quelli che si opponevano all’assedio abbiano assicurato ai messi che i pellegrini non avrebbero attaccato la città. Un certo Roberto di Boves sarebbe andato a parlare con la gente che attendeva, sopra le mura, il risultato dell’ambasceria e avrebbe garantito loro che nulla avevano da temere dai pellegrini e che se erano in grado di difendersi dai veneziani potevano stare tranquilli. Gli emissari, rassicurati, se ne andarono e quando il doge accompagnato dai baroni rientrò nel suo padiglione per concludere gli accordi, lo trovò vuoto. Tra i presenti si trovava l’abate di Vaux dell’ordine di Citeaux il quale esordì dicendo che la città era cristiana e pertanto non poteva essere presa e proibì ai crociati, in nome del papa, di attaccarla. Quelle parole mandarono il doge su tutte le furie: non era certo un divieto del papa o la minaccia della scomunica che avrebbe potuto dissuaderlo dal riprendersi una città, ricca e strategica come Zara, che gli apparteneva di diritto per essere egli duca di Dalmazia. Accusò una parte dei crociati di aver fatto fallire l’accordo per il quale la città gli sarebbe stata consegnata e ricordò ai baroni e ai conti la promessa di aiutarlo a riconquistare la città e li invitò a farlo. I francesi erano cavalieri e sapevano bene che mancare alla parola data era un grande disonore e riaffermarono senza indugi la determinazione a prestare l’appoggio necessario per la conquista di Zara. La mattina seguente cominciò l’assalto: sulla città si precipitò un rovescio di proiettili lanciati dalle catapulte, dai mangani, dalle petriere e dalle altre macchine da guerra schierate in grande quantità, mentre alle mura si avvicinavano minacciose le scale drizzate sulle navi.1 Dopo circa cinque giorni d’assedio si misero all’opera gli zappatori cercando di atterrare il muro di una torre. Gli abitanti asserragliati dentro le mura si accorsero che resistere ancora avrebbe reso più disastrosa la sconfitta e inviarono nuovamente messi al doge con la stessa proposta che avevano portato in precedenza.  Il consiglio di non prendere accordi per consegnare la città dato ai primi emissari dagli uomini che si opponevano all’attacco, aveva avuto come risultato morte e distruzione; chi si era fatto promotore dell’iniziativa non aveva preso in considerazione che dal momento in cui la flotta aveva lasciato il porto veneziano nulla si faceva senza l’approvazione del doge e chi gli si contrapponeva non aveva alcuna possibilità di successo e questo valeva per il papa stesso.

  Il doge divise la città che si era consegnata alla sua discrezione, salva la vita delle persone, in due parti:  la metà vicina al porto toccò ai veneziani e l’altra ai francesi. Gli uomini levarono il campo e si diedero al saccheggio, infine presero alloggio nella città sconvolta per passare l’inverno.

  Tra i veneziani e i francesi esistevano tensioni che forse erano nate al tempo del soggiorno dell’esercito a San Nicola e tre giorni dopo la resa di Zara, verso l’ora del vespro, le rivalità sfociarono in una rissa gigantesca. Più che una rissa fu una vera battaglia con morti e feriti che si combatté con spade, lance e balestre per le strade della città appena conquistata e si prolungò per tutta la notte. Cavalieri armati da ambedue le parti si lanciarono nella mischia cercando di separare i contendenti e ci riuscirono a fatica dopo lunghe ore di sforzi. Villehardouin e di Clari riportano l’episodio in modo quasi identico, ma tacciono sulle cause dello scontro. Secondo il di Clari il combattimento sarebbe avvenuto tra i veneziani e gli strati più bassi dell’esercito francese –”la menue gent des pelerins”-.2 Sul campo rimasero numerosi i feriti e i morti, Villehardouin ne nomina soltanto uno e non si tratta di qualcuno appartenete alla “menue gent”, ma di un gentiluomo di Fiandra chiamato Gilles de Landas, forse uno dei cavalieri entrati nella mischia per porne fine. Il doge e i condottieri crociati impiegarono un’intera settimana per ristabilire la pace; il loro impegno fu ampiamente ricompensato perché un episodio del genere non si ripeté più.

  Bonifacio di Monferrato non era partito da Venezia con la flotta e raggiunse Zara a metà dicembre   e quindici giorni dopo, i primi di gennaio 1203,  arrivarono i messi inviati da Filippo di Svevia e dal principe Alessio. I messaggeri avevano pieni poteri per concludere un accordo e portavano ai crociati la promessa di un’alettante ricompensa nel caso avessero acconsentito a deviare verso Costantinopoli per riconquistare il trono strappato a Isacco Angelo. Alessio s’impegnava, una volta entrato in possesso del patrimonio imperiale, a donare duecentomila marchi d’argento ai crociati, a rifornire di viveri per un anno l’intero oste, a venire di persona in Egitto con diecimila uomini a sue spese per un anno e a mantenere finché vivesse una forza di cinquecento cavalieri in Terra Santa. Il principe non dimenticava il papa e prometteva di ridurre tutto l’impero di Romania all’obbedienza di Roma. I condottieri crociati risposero che ne avrebbero parlato e convocarono un’assemblea per il giorno seguente.

  Com’era da aspettarsi, davanti a una simile proposta l’assemblea si spaccò, ma alla fine il gruppo dei condottieri formato dal marchese di Monferrato, Baldovino di Fiandra, Luigi di Blois e il conte di Saint-Pol prevalse e si decise di accettare il patto e andare a Costantinopoli. Si chiamarono i messi di re Filippo e nell’alloggio del doge fu siglato l’accordo con giuramento e carte con nastro e sigillo. Villehardouin specifica che dalla parte francese “furono solo dodici a fare il giuramento e non potevano averne di più”,3 prova che la decisione fu presa dai capi massimi contro la volontà della maggior parte dei baroni crociati. Il maresciallo nulla dice sul numero di veneziani che prestarono giuramento. Una volta conclusi i patti si stabilì che Alessio avrebbe raggiunto l’oste nella quindicina della Pasqua seguente.

  Niceta Coniate sostiene che quella di Alessio era la proposta avventata di un giovane avventato e il Dandolo ne era ben consapevole. Il doge conosceva lo stato delle casse imperiali -i suoi agenti lo tenevano informato- e sapeva bene che sarebbe stato impossibile per Alessio mantenere la promessa, nonostante ciò diede tutto il suo appoggio all’impresa. Avere sul trono di Bisanzio un imperatore debole e in debito con Venezia poteva tornare utile dato gli ingenti interessi della Serenissima in Romania, soprattutto se si tenevano presenti le importanti concessioni a Pisa e a Genova fatte dall’imperatore in carica, a detrimento della colonia veneziana. D’altra parte, anche se gli sarebbe stato impossibile mantenere fino in fondo i patti, Alessio avrebbe pagato almeno una parte del denaro promesso all’oste e i cavalieri avrebbero potuto saldare i trentaquattromila marchi d’argento del credito con Venezia. Conquistare Costantinopoli, forse, non era ancora nelle intenzioni  del doge.

  Più complessi e più difficili da decifrare appaiono i piani del marchese di Monferrato. Non si conoscono gli indubitabili accordi personali stretti tra Bonifacio, re Filippo e Alessio durante il soggiorno a Hagenau, né quali promesse l’imprudente principe avesse potuto fare. Certo è che Bonifacio ricevette da Alessio, come dono personale, Candia4 che in seguito vendette a Venezia. Roberto di Clari racconta che il marchese fu quello che mise più impegno nel tentativo di convincere i dubbiosi sulla necessità di andare a Costantinopoli e dà come motivazione il desiderio di Bonifacio di vendicarsi   dei bizantini per i misfatti di cui erano stati vittime i fratelli. Il desiderio di vendetta non è da escludere, ma le principali ragioni del marchese vanno ricercate piuttosto in quell’ambizione della sua casata di estendere il dominio dei Monferrato all’Oriente; ambizione che  era costata la vita ai suoi tre fratelli e che pagherà con la vita lui stesso, dopo essere diventato re di Salonicco. Bonifacio avrebbe potuto realizzare nel più alto grado i sogni di dominio ed espansione occupando il trono del basileus dopo la conquista di Costantinopoli e nessuno meritava più di lui, per lignaggio, autorità,  capacità politiche e militari, oltre che per i suoi stretti legami con le teste coronate di Europa, di assumere il governo dell’appena nato Impero Latino di Oriente. Ma proprio le sue qualità lo  avrebbero fatto apparire temibile agli occhi dei veneziani e il doge gli avrebbe preferito il più facilmente influenzabile e a lui devoto, Baldovino di Fiandra.

   I patti con Alessio avevano finito di esasperare le contraddizioni in seno all’esercito e le defezioni aumentarono, aumentò anche il timore della reazione del papa di fronte alla notizia della presa di Zara e si decise di mandare ambasciatori a Roma per spiegare al pontefice le ragioni dei crociati. Gli ambasciatori furono due religiosi: Nevelon vescovo di Soissons, e Maestro Giovanni di Noyon, cancelliere di Baldovino di Fiandra e due cavalieri: Giovanni di Friaize e Roberto di Boves. Quest’ultimo, come possiamo ricordare, era quel cavaliere che era andato fino alle mura di Zara per dare assicurazioni agli abitanti che nulla avevano da temere dai crociati e come era da supporre, coerente con la sua posizione, diede al pontefice una versione dei fatti ben diversa da quella che fornirono gli altri tre e da Roma se ne andò in Siria.

   Innocenzo aveva avuto un’esplosione di collera davanti alla notizia della presa di Zara e, nonostante il suo legato avesse insistito sul fatto che si era trattato di una causa giusta, aveva scomunicato tutti i responsabili: francesi e veneziani; tuttavia, dopo aver ascoltato i delegati, accettò le ragioni dei crociati. Disse ai messi di capire che erano stati costretti ad accettare di assalire Zara perché non c’era un altro mezzo per mantenere unito l’esercito e riuscire a partire e dava loro l’assoluzione come a figlioli, ma a condizione che rendessero alla città saccheggiata il mal tolto, s’impegnassero a non attaccare mai più una città cristiana e giurassero di sottomettersi all’autorità papale. Inviava i suoi saluti a baroni e pellegrini e, in attesa dell’arrivo del suo legato, dava pieni poteri ai due religiosi per legare e sciogliere i pellegrini. Quanto ai veneziani, che riteneva i veri colpevoli dell’accaduto, li scomunicava e non avrebbe accordato loro l’assoluzione se prima non avessero riconosciuto il torto e si fossero pentiti e sottomessi all’autorità di Roma e avessero reso a Zara ciò che avevano saccheggiato. I delegati avevano implorato di concedere l’assoluzione anche ai veneziani ma Innocenzo era stato inflessibile. Di ritorno a Zara gli ambasciatori portavano una bolla di scomunica per il doge e tutti i veneziani. Quella scomunica avrebbe rotto il precario equilibrio raggiunto tra le opposte fazioni dell’esercito e sarebbe stato la fine della crociata: Bonifacio non ebbe dubbi e stracciò il documento. Innocenzo III aveva perso ogni potere sull’andamento della sua crociata e inutili furono i consigli dati ai capi crociati in una sua lettera confidenziale nella quale li esortava a mantenere unito l’esercito e servirsi delle navi dei veneziani per non perdere il denaro già versato e attendere di arrivare in Egitto per separarsi di loro: il pontefice ignorava con chi aveva a che fare.

   Dopo Pasqua la flotta salpò dal porto di Zara verso Corfù; dietro lasciava rovina e disperazione. Prima della partenza il doge aveva dato ordine di abbattere la città già stremata dal saccheggio e dalla occupazione, la sua vendetta doveva essere completa. Zara rimarrà per secoli sottomessa a Venezia e sotto il suo dominio raggiungerà il periodo di massimo splendore.

   Enrico Dandolo e il Marchese di Monferrato rimassero a Zara  ad aspettare il principe Alessio che arrivò verso la fine di aprile 1203. Filippo di Svevia metteva il giovane sotto la personale protezione del marchese che insieme al doge lo ricevette con tutti gli onori. Il dandolo mise a sua disposizione un certo numero di navi e galee e partirono verso Corfù per raggiungere il resto della flotta. A Durazzo Alessio fu acclamato dagli abitanti come loro signore, il segnale lasciava bene sperare e fu ricevuto con soddisfazione dal principe e dai suoi protettori.5 Approdati a Corfù trovarono l’esercito accampato davanti alla città; Alessio fu accolto con grandi dimostrazioni di gioia e piantò la sua tenda in mezzo al campo vicina a quella del marchese. A gioire del suo arrivo sembra sia stato soltanto l’esercito -e non nella sua totalità perché in seguito ci fu un massiccio tentativo di defezione- la popolazione del luogo invece si sarebbe dimostrata ostile nei suoi confronti.

   La sosta nell’isola si prolungò per tre settimane, nel corso delle quali ebbe luogo un tentativo di defezione che per proporzioni avrebbe compromesso il proseguimento della spedizione. Un nutrito gruppo di cavalieri e sergenti decise di rimanere nell’isola e d’inviare messi a Gualtiero di Brienne per pregarlo di mandare loro delle navi con cui raggiungere Brindisi. Villehardouin racconta come il marchese e gli altri condottieri, seriamente preoccupati dalla prospettiva di vedere sfaldarsi l’esercito quando sembrava che gli ostacoli maggiori  fossero ormai superati, non esitarono a recarsi nel luogo dove i disertori tenevano assemblea e insieme ad Alessio e ai vescovi caddero in ginocchio implorando i ribelli di restare. La mossa sortì effetto e a certe condizioni gli aspiranti disertori rimassero. Tra i promotori si trovava Pietro di Amiens, signore di cui era vassallo Roberto di Clari  che nella sua cronaca omette l’episodio.

   La flotta salpò da Corfù  il 24 maggio 1203, la vigilia di Pentecoste; Villehardouin ricorda che  “il giorno era bello e chiaro e il vento dolce e leggero; e lasciano andare le vele al vento….”6  costeggiò la Morea,7 entrò nell’Egeo e approdò a Negroponte8 dove una parte delle galee e degli uscieri guidate dal marchese e da Baldovino di Fiandra, insieme al principe Alessio, lasciò l’isola e raggiunse Andros. Ad Andros gli uomini  scesero dalle navi, liberarono i cavalli e fecero scorrerie, costringendo gli abitanti a riconoscere Alessio come figlio dell’imperatore e pagargli tributo. Le altre navi continuarono il viaggio, entrarono nella Bocca d’Avio9 e si fermarono nella città di Avio10 situata sulla costa asiatica. Gli abitanti consegnarono la città e i crociati si astennero dal saccheggiarla e presero soltanto del grano perché era tempo di mietitura e ne avevano bisogno. Otto giorni dopo giunsero le galee rimaste indietro e la flotta al completo risalì il Braccio di San Giorgio11 fino alla abbazia di Santo Stefano, da dove si scorgeva Costantinopoli e i crociati stupiti videro per la prima volta la regina delle città aprirsi in tutta la sua estensione e la sua bellezza.

Gladis Alicia Pereyra

continua:   LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI LA QUARTA CROCIATA LA REGINA DELLE CITTA

1 Le così dette scale sembra siano state piattaforme che sporgevano dalle navi sul mare sostenute dalle antenne, erano protette da molti strati di stoffa e vi si accedeva per mezzo di scale. Potevano alloggiare tre o quattro uomini e permettevano di raggiungere dal mare le mura delle città. Le antenne stesse venivano spesso utilizzate come ponti per arrivare alla sommità delle cinte murarie.
2 Roberto di Clari, La conquista di Costantinopoli
3 Goffredo di Villehardouin, La conquista di Costantinopoli
4 Nome medievale dell’isola di Creta.
5 Quest’episodio è riportato da Niceta Coniate, ma non compare nelle fonti occidentali.
6 Villehardouin op.cit.
7 Morea: nome medievale del Peloponneso
8 Negroponte: nome medievale dell’Eubea
9 L’ingresso ai Dardanelli
10 L’antica Abidos
11 Braccio di San Giorgio erano chiamati i Dardanelli, il mare di Marmara e il Bosforo