Bonifacio I di Monferrato

BONIFACIO I  MARCHESE DI MONFERRATO

SECONDA PARTE

  Nel 1186, a Monza, Enrico VI aveva sposato Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggiero II, zia ed erede di Guglielmo II il Buono re di Sicilia e di Puglia. Alla morte di Guglielmo, avvenuta nel 1189, una parte dei nobili normanni, appoggiata dai prelati siciliani e dai mercanti di Palermo e di Messina, negando i diritti di Costanza che per via del suo matrimonio avrebbe consegnato il regno siculo a un rappresentante della casa dei Hohenstaufen, aveva proposto come successore al trono Tancredi conte di Lecce, cugino del defunto re. La candidatura di Tancredi, auspicata da Clemente III che si opponeva all’unione delle corone di Sicilia e di Germania, aveva trovato il favore dei feudatari guelfi tedeschi guidati da Enrico XII il Leone, duca di Baviera e di Sassonia e, più tardi, di Riccardo Cuor di Leone. Tancredi era stato incoronato re di Sicilia nel novembre 1189 e nell’estate del 1190, morto Federico Barbarossa, Enrico di Svevia era divenuto, a ventiquattro anni, re di Germania, d’Italia e di Borgogna. L’anno seguente, dopo essersi fatto incoronare imperatore da Clemente III, aveva assediato Napoli ma, a causa di un’epidemia scoppiata nell’esercito, aveva dovuto rinunciare all’impresa. Nel frattempo Tancredi aveva fatto prigioniera l’imperatrice Costanza e per ottenere la sua liberazione Enrico era stato costretto a stipulare una tregua.

  Di ritorno in Germania Enrico aveva dovuto fronteggiare la ribellione dei feudatari guidata dal duca di Baviera, forte del sostegno di Clemente III e del re d’Inghilterra, suo cognato. Con la cattura di Riccardo Cuor di Leone e il suo rilascio dietro un cospicuo riscatto, Enrico VI aveva obbligato  Enrico il Leone a venire a patti e la ribellione dei vassalli si era spenta. La calma era tornata in Germania e frattanto Tancredi era morto; mancava solo ottenere il consenso di Clemente III per poter finalmente scendere in Sicilia a imporre i diritti di Costanza. Ancora una volta, Enrico dimostrò la sua abilità politica assicurandosi l’appoggio del papa con la promessa di prestargli aiuto nella lotta contro i suoi oppositori romani e con la rinuncia agli ultimi diritti imperiali sui beni matildini  -Enrico sapeva come blandire il papa: per riuscire ad avere la corona imperiale gli aveva donato la città di Tuscolo-. La via verso la Sicilia era stata spianata e quando l’imperatore scese in Lombardia volle al suo fianco il leale e molto stimato marchese Bonifacio di Monferrato.

  Il 3 giugno Bonifacio raggiunse l’imperatore a Piacenza e un mese dopo lo accompagnò a Genova  per iniziare trattative miranti a ottenere la collaborazione della flotta genovese. Enrico VI e il marchese arrivarono in una città già predisposta ad accogliere favorevolmente la loro richiesta. L’imperatore si era fatto precedere dal siniscalco imperiale Marcualdo d’Annweiler con l’incarico di dissipare ogni dubbio eventualmente covato dai genovesi sui vantaggi di partecipare all’impresa siciliana. Marcualdo aveva svolto bene il suo compito e si era adoperato per far eleggere podestà Uberto di Olevano, uomo fedele all’imperatore. Per completare l’opera del siniscalco, al suo arrivo Enrico si prodigò in grandi promesse, spingendosi fino ad assicurare agli uomini che governavano la città -secondo quanto scrive Otoboni negli Annali genovesi- che il regno conquistato non sarebbe stato suo, ma loro. L’imperatore -sempre secondo Otoboni- non mantenne le promesse, ma i documenti dell’epoca testimoniano l’importanza e il numero dei privilegi e delle donazioni da lui accordate al Comune di Genova. La generosità di Enrico è comprensibile perché senza la partecipazione della flotta genovese e di quella pisana la conquista del regno di Sicilia non sarebbe stata possibile. Enrico affidò al marchese di Monferrato, insieme al podestà Uberto di Olevano e al siniscalco imperiale Marcualdo d’Annweiler, il comando della flotta composta da numerose galee, uscieri e navi provviste di tutto il necessario per l’impresa. Pisa partecipò con dodici galee e alcuni uscieri. La spedizione fu quasi una crociera. Nella seconda metà di agosto l’armata si presentò a Gaeta che si arrese senza opporre resistenza e tre giorni dopo fece altrettanto Napoli.

   All’arrivo della flotta a Messina il 1° di settembre, scoppiò una violenta lotta tra pisani e genovesi che fece alcune vittime. In quei giorni, stroncato probabilmente da una dissenteria, morì il podestà Uberto di Olevano e mentre la salma veniva trasportata per essere tumulata fuori città, i pisani tessero un’imboscata al corteo funebre. Sembra che i principali bersagli degli aggressori siano stati Bonifacio e il siniscalco imperiale, ma per loro fortuna uscirono illesi dall’agguato. La flotta si fermò a Messina in attesa dell’arrivo di Enrico VI che conduceva il resto dell’esercito via terra. Nel mese di ottobre il marchese partecipò come legato imperiale alla conquista della Sicilia orientale e comandò l’avanguardia nella presa di Palermo del 20 novembre. Dopo un’attesa di cinque anni, Enrico VI era riuscito a conquistare in pochi mesi il dominio sull’isola che gli apriva le porte del Mediterraneo e il giorno di Natale del 1194 veniva incoronato re di Sicilia. Bonifacio quella volta assistete alla cerimonia, mentre sembra non sia stato presente quando Enrico ricevette a Roma la corona Imperiale.

  Il marchese fece ritorno in Italia insieme all’imperatore e tra l’inizio dell’estate del ’95 e la fine di settembre del ’96, salvo un breve ritorno nel Monferrato, accompagnò l’imperatore in diverse città del nord d’Italia.

  Lasciato Enrico VI e tornato nel suo feudo, Bonifacio acquistò da Manfredi I Lancia parte della contea di Loreto, alcune località vicine e Dogliani. Per impedirgli di acquistare quei territori si erano alleati Asti e Vercelli e l’inevitabile conflitto era stato differito dalla partenza di Bonifacio per la campagna in Sicilia; ora per volere di Enrico VI, fu creata una commissione arbitrale presieduta da Tommaso d’Annone al cui giudizio doveva essere rimessa qualsiasi controversia. L’11 febbraio del ’97 -e non poteva essere diversamente- la commissione emise un lodo favorevole a Bonifacio. Asti non soltanto dovette accettare che il marchese aggiungesse ai suoi territori quelli già posseduti dal Lancia, ma dovette anche concedergli la cittadinanza e permettergli di acquistare una casa in città. Lo stesso 11 febbraio la commissione arbitrale stabilì che pure Alba concedesse la cittadinanza a Bonifacio e s’impegnasse a dargli aiuto militare contro qualsiasi avversario. Si mirava, senza dubbio per volontà dell’imperatore, a costituire un blocco nel Piemonte meridionale comandato da Bonifacio e capace di frenare il crescente potere di Asti che con i suoi banchieri e il suo prospero artigianato tessile si profilava come il più ricco tra i comuni piemontese e puntava a estendere il suo dominio sul Monferrato. Il progetto non poté realizzarsi a causa della prematura morte, a soli trentadue anni, di Enrico VI avvenuta il 28 settembre 1197. Quella morte privò Bonifacio non soltanto di un protettore, ma anche di un parente e di un amico. Prova della grande stima in cui Bonifacio era tenuto da Enrico, è il fatto che nei diplomi imperiali, tra i testimoni laici, il nome del marchese compare per primo, precedendo persino quello del fratello dell’imperatore.

  La controffensiva di Asti non si fece aspettare: un mese dopo la morte dell’imperatore la città ribelle strinse un’alleanza con Alessandria e all’inizio di dicembre si vendicò di Tommaso d’Annone togliendogli il castello. Bonifacio non rimase inattivo; si assicurò l’adesione alla sua causa degli uomini di Dogliani e Castagnole inducendo il Lanza a far loro alcune concessioni e donò in feudo la valle di Stura, ricevuta probabilmente da Enrico VI, al nipote Bonifacio di Saluzzo, affinché non venisse meno la sua lealtà. Ottenne l’appoggio dei signori di Cavagnolo, strinse rapporti con Ivrea e con gli abitanti di Casale e di Paciliano. Intimorita dalle conseguenze che per la propria città poteva arrecare una schiacciante vittoria del marchese, il 15 marzo 1198 Vercelli si  schierò con Asti e Alessandria.

  L’offensiva che la lega antimonferrina lanciò all’inizio della primavera del ’98 inflisse pesanti sconfitte agli alleati del marchese, arrivando a fare prigioniero il Lancia e raggruppando intorno a sé   certi signori locali che vantavano rivendicazioni nei confronti di Bonifacio, i quali misero a disposizione della lega i loro castelli, dopo esser diventati cittadini di Alessandria. Bonifacio rispose stringendo alleanza con Acqui e Ivrea; i nuovi alleati, sebbene non poterono compensare le perdite subite, gli permisero d’evitare la sconfitta. La guerra avrebbe potuto prolungarsi e l’esito, nonostante il momentaneo prevalere dei nemici del Monferrato, era tutt’altro che scontato e quando all’inizio del 1199 i comuni di Milano e di Piacenza si offrirono come arbitri, sicuramente a istanze della lega lombarda, Bonifacio per primo e le città avversarie poco dopo accettarono la proposta di mediazione. In un convegno tenutosi a Pontestura il 28 – 29 marzo gli ambasciatori Milanesi e Piacentini imposero ai contendenti una tregua fino all’ottava di Pasqua, poi prorogata  più volte in attesa della sentenza definitiva. Le condizioni imposte dalla tregua non erano favorevoli al marchese che si vide costretto a stringere un’alleanza, oltre che con Milano e Piacenza, con i tre comuni avversari. Un altro boccone amaro dovette inghiottire Bonifacio il 15 giugno partecipando alla spedizione organizzata dai milanesi nel Bergamasco contro quelle città insieme alle quali  aveva costituito la lega ghibellina nel 1191.

  Inviato da Innocenzo III, Bonifacio si recò in Germania nella seconda metà del 1199 per tentare una difficile mediazione tra Ottone di Brunswick e Filippo di Svevia, succeduto sul trono della Germania al fratello Enrico VI. Ottone era figlio di Enrico il Leone e di Matilde d’Inghilterra, figlia di Enrico II d’Inghilterra e sorella di Riccardo Cuor di Leone. Il matrimonio di Matilde con Enrico XII duca di Baviera e di Sassonia, aveva suggellato l’alleanza dei Plantageneti con i feudatari guelfi tedeschi che avversavano i ghibellini della casa di Svevia. Alla morte di Enrico VI, l’ala guelfa della nobiltà tedesca, guidata da Adolfo arcivescovo di Colonia, aveva nominato Ottone re di Germania, in contrapposizione a Filippo. Il tentativo di mediazione di Bonifacio non ebbe successo a causa del rifiuto di Ottone di qualsiasi forma di dialogo con il sovrano Svevo.

  Il marchese, di ritorno nel Monferrato, riprese a occuparsi del decennale conflitto con i comuni vicini. Conflitto estenuante che s’interrupe nel 1201 con la partenza di Bonifacio per la Francia, dove era stato chiamato a sostituire, al comando della crociata che si stava preparando, Tebaldo di Champagne e di Brie, morto nel passato mese di maggio. Prima di quell’interruzione, nella primavera del 1200, Bonifacio promise assistenza militare ai signori di Bra che, insieme agli albesi, si accingevano a entrare in guerra con Asti, sollecitati dallo stesso Bonifacio. L’esito della guerra sembra sia stato favorevole ad Asti perché il 22 maggio del 1202 gli albesi furono costretti a scendere a patti con il nemico, promettendo di aiutarlo militarmente contro il marchese: era l’ennesimo passaggio di campo che avveniva nei fluttuanti schieramenti piemontesi dell’epoca. Per porre fine alla questione ancora pendente con la lega antimonferrina, Bonifacio si riunì con gli ambasciatori di Vercelli e gli arbitri milanesi presso Saluggia il 27 ottobre 1200, ma si rifiutò di ascoltare la lettura del lodo. Circa due anni più tardi, il 16 maggio del 1202, di ritorno dall’incontro di Roma con Innocenzo III, Bonifacio si recò a Vercelli e accettò di osservare quel lodo milanese che non aveva voluto ascoltare perché sapeva a lui sfavorevole. Come indennizzo per i danni  causati versò ai Vercellesi la somma di 1000 lire pavesi e infine il 7 giugno esonerò il Comune di Vercelli dal pagamento del pedaggio per il transito dell’acqua in tutto il territorio del marchesato.

  Un’impresa di più ampio respiro si profilò nel futuro del marchese quando ricevette nel suo feudo gli emissari dei baroni francesi che organizzavano una nuova crociata, indetta da Innocenzo III. Era stato il maresciallo di Champagne, Goffredo di Villehardouin, suo amico personale, a fare il suo nome all’assemblea dei crociati, riunita a Soissons, al momento di decidere a chi affidare il comando della spedizione, reso vacante dalla morte del conte Tebaldo. La proposta entusiasmò il marchese -e non poteva essere altrimenti data la rilevanza dell’impresa- e senza indugi partì alla volta della Francia, affrancandosi per qualche tempo dai logoranti e, in apparenza, inarrestabili conflitti provinciali.

  Durante il suo viaggio attraverso la Francia, Bonifacio si fermò qualche tempo presso la corte di Filippo II Augusto di cui era cugino. I preparativi per la crociata e la questione imperiale furono sicuramente i temi principali dei colloqui con il re francese. Filippo Augusto era preoccupato per l’ostinato rifiuto del papa di riconoscere Filippo di Svevia come legittimo re di Germania, mentre non nascondeva le sue simpatie per il guelfo Ottone di Brunswick, di cui l’odiato Cuor di Leone era stato cognato e sostenitore. Prima che Bonifacio si congedasse per continuare il viaggio verso Soissons, Filippo lo incaricò di una missione diplomatica presso Innocenzo III per tentar di convincerlo a deporre la sua opposizione a Filippo di Svezia. L’importanza che il re di Francia conferiva al delicato incarico è prova della stima e della fiducia che nutriva nei confronti del cugino Aleramico.

  A metà settembre 1201, in una affollatissima assemblea che si tenne nei giardini dell’abbazia benedettina di Nostra Signora Santa Maria di Soissons, Bonifacio accettò di comandare la spedizione in Terra Santa. Più tardi, nella cattedrale di Notre Dame di Soissons, il vescovo e il predicatore Folco di Neuilly gli cucirono sulla spalla la croce di pellegrino soldato di Cristo.

  Lasciando la Francia, il marchese non tornò nel Monferrato e si diresse a Hagenau a far visita al suo sovrano e amico Filippo di Svevia e a sua moglie Irene, figlia del deposto basileus Isacco II Angelo. Bonifacio passò il Natale preso la corte sveva e probabilmente dai colloqui con i sovrani  prese corpo l’idea di utilizzare l’esercito crociato per scacciare l’usurpatore Alessio III Angelo e riconsegnare il trono di Costantinopoli al padre della regina Irene. Contrariamente a quanto sostiene Villehardouin nelle sue memorie, è da ritenere possibile che durante il soggiorno di Bonifacio a Hagenau sia arrivato il principe Alessio, fratello d’Irene, fuggito da Costantinopoli, dove il padre Isacco restava prigioniero, a bordo di una nave pisana. Alessio era venuto in Europa a chiedere aiuto per riconquistare il trono che era stato tolto al padre e di cui il giovane si sentiva erede. Non trovò orecchi sordi alla sua richiesta e di lì a qualche mese si sarebbe presentato davanti alle mura di Costantinopoli con la più grande e ricca flotta che avesse mai varcato l’Ellesponto.

  Tornato in Italia, Bonifacio si trattenne qualche tempo nel Monferrato e a marzo era già a Roma, ricevuto da Innocenzo III. Il papa non avrebbe voluto al comando della sua crociata un nobile ghibellino, amico e parente di quel re di Germania di cui si rifiutava di riconoscere la legittimità, ma il prestigio e l’esperienza militare di Bonifacio erano tali che, nonostante le sue prevenzioni, Innocenzo dovette ritenersi soddisfatto dalla scelta dei baroni crociati. La missione di cui Bonifacio era stato incaricato dal re di Francia sicuramente fallì perché l’atteggiamento d’Innocenzo nei confronti di Filippo di Svevia non cambiò. Tra gli accordi per la crociata che furono presi duranti gli incontri, c’era il manifesto divieto del papa di utilizzare l’esercito per attaccare altri cristiani. La crociata che sarebbe partita da Venezia, doveva dirigersi direttamente in Egitto e non deviare verso Costantinopoli, progetto di cui il papa disse di aver sentito parlare. Bonifacio accettò e promise di rispettare ogni disposizione del pontefice; l’evolversi delle vicende che portarono alla conquista di Costantinopoli lasciano un largo margine ai dubbi sulla buona fede con cui il marchese prese gli accordi con Innocenzo.

continua

Gladis Alicia Pereyra