La conquista di Costantinopoli

 

LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI

LA QUARTA CROCIATA
VENEZIA

   I veneziani accolsero con entusiasmo i cavalieri e i pellegrini crociati che arrivavano in città, stanchi dal lungo viaggio e misero a loro disposizione l’isola di San Nicola affinché sistemassero le tende. All’inizio di giugno, il flusso ininterrotto di uomini provenienti da oltralpe lasciava bene sperare ma, prima della fine del mese, il flusso cominciò a diminuire e presto si capì che non era arrivata neanche la quarta parte dei crociati attesi. Circolavano notizie preoccupanti secondo le quali molti cavalieri e sergenti si stavano dirigendo verso la Puglia per imbarcarsi a Brindisi, altri si sarebbero già imbarcati a Marsiglia; i baroni accampati a San Nicola, tra questi Baldovino di Fiandra, iniziarono a temere di trovarsi nell’impossibilità di mantenere gli accordi presi con Venezia. I loro timori non erano infondati: gli arrivi diradavano sempre più e sembra che persino il conte Luigi di Blois, proprio uno dei tre signori che avevano inviato emissari per trattare con il doge il trasporto in Terra Santa, avesse avuto l’intenzione di mancare l’appuntamento veneziano e proseguire verso la Puglia. Certo è che Villehardouin e il conte di Saint Pol furono tempestivamente inviati a Pavia, dove il di Blois si trovava insieme ad altri cavalieri, per supplicarlo di “aver pietà della terra di oltremare”1 e convincerlo dei vantaggi di compiere il passaggio con la flotta veneziana, ormai pronta  a salpare. Il conte decise di mantenere la parola data, ma non così un buon numero dei suoi compagni che, arrivati a Piacenza, si separarono dal gruppo per andare in Puglia. Tra questi ultimi si trovava un certo Gilles de Trasignies, vassallo ligio del conte di Fiandra, al quale Baldovino aveva dato cinquecento lire per accompagnarlo nella spedizione; il conte, a quanto pare, aveva sopravvalutato ancora una volta la lealtà dei suoi uomini.

  La flotta era al di sopra delle aspettative dei crociati e Villehardouin la descrive con grande entusiasmo. Racconta pure con quanta larghezza i veneziani approvvigionarono l’esercito, accampato a San Nicola, di tutto il necessario per uomini e cavalli e riflette con rammarico sul grande bene che sarebbe derivato alla cristianità se i crociati si fossero presentati compatti all’appello a Venezia, anziché andare a imbarcarsi alla spicciolata in altri porti. I veneziani avevano mantenuto i patti ed erano andati oltre: non si era mai visto un tale numero di galee e uscieri e navi tonde. Tutta l’esperienza di quel popolo di naviganti era stata messa al servizio della grande impresa e i risultati erano lì, dondolando imponenti nel porto, che aspettavano. Che aspettavano gli uomini, i cavalli, le armi che non arrivavano e i crociati a San Nicola videro i loro timori farsi preoccupante realtà: non soltanto mancavano gli uomini per riempire una simile flotta, ma soprattutto mancava il denaro per pagare i costruttori e quando i veneziani si presentarono per chiedere che i patti fossero onorati e si potesse partire, le divergenze esistenti in seno ai crociati scoppiarono. Villehardouin tace sull’origine di queste divergenze che esistevano, tuttavia, prima ancora della partenza dei cavalieri e dei pellegrini dai loro paesi e il fatto che molti di loro decidessero di non andare a Venezia e di partire da altri porti ne è prova. Al momento di pagare la quota individuale per il passaggio, non furono pochi quelli che dichiararono di non avere denaro sufficiente e versarono  ciò che potevano, a quanto pare, dopo insistenti richieste dei baroni. La somma così racimolata era molto lontana da quella pattuita e nel tentativo di raggiungerla i nobili decisero di consegnare tutto quanto avevano con loro. L’adesione a quella decisione non fu unanime e la frattura divenne evidente. I capi più importanti, a cominciare dal marchese di Monferrato, portarono al doge il loro vasellame d’oro e d’argento e ogni oggetto di valore, oltre a denaro che erano riusciti a ottenere in prestito; dopo che il tutto fu valutato, mancavano ancora trentaquattromila marchi d’argento. Villehardouin insiste sul fatto che certi crociati volevano la disgregazione dell’esercito, ma ne tace il perché; qualunque siano state le cause che motivavano la resistenza a mantenere i patti da una parte degli uomini, quell’atteggiamento contribuì non poco ad allontanare l’esercito cristiano dallo scopo di riconquistare Gerusalemme e a metterlo nelle mani di Venezia.

  Enrico Dandolo capì che dopo aver ricevuto più della metà della somma pattuita non poteva negare il trasporto in Terra Santa a un esercito voluto dal papa e mosso da un così nobile proposito: ne andava dell’onore della città. Sapeva inoltre che i cavalieri avrebbero saldato il conto non appena fosse stato loro possibile. Considerato che dei quattromilacinquecento cavalieri attesi ne erano arrivati si e no un migliaio e nella stessa proporzione era presente il resto dell’esercito, era lecito pensare che un oste così esiguo e senza risorse materiali sarebbe stato insufficiente per strappare Gerusalemme ai saracini; per strappare Zara al re di Ungheria, invece, poteva bastare. Il doge in qualità di duca di Dalmazia rivendicava la città di Zara che si era ribellata a Venezia e si era posta sotto la protezione del re di Ungheria e quelle migliaia di uomini, fermi loro malgrado nell’isola di San Nicola, infastiditi dal caldo e dall’attesa e senz’alcuna possibilità di pagare il loro debito per  riuscire finalmente a imbarcarsi, ben potevano essere utilizzati per riconquistare la città ribelle. Da queste considerazioni nacque la proposta che avrebbe portato le schiere crociate a compiere il primo passo che le allontanava dal loro scopo

  Dopo essersi consultato con i suoi, il doge propose ai condottieri un patto: Venezia avrebbe acconsentito a dilazionare il pagamento dei trentaquattromila marchi d’argento ancora dovuti e avrebbe portato l’armata oltremare e in cambio i crociati avrebbero dovuto aiutare i creditori a   riconquistare Zara. La proposta approfondì le divergenze già esistenti tra i crociati; una parte di loro -quella che, secondo Villehardouin, voleva la divisione dell’esercito- si oppose con fermezza a un tale accordo e in questo caso le motivazioni ci appaiono chiare e legittime giacché si trattava di attaccare una città cristiana, violando un esplicito divieto del papa. Nonostante i pareri divergenti, l’accordo fu approvato. I fatti si sarebbero svolti in questo modo, secondo la versione di Villehardouin; ne esiste, però, un’altra: quella di Roberto di Clari.  Questo cronista non era come il maresciallo di Champagne uno dei capitani della spedizione, ma un oscuro cavaliere della regione di Peronne, proprietario di non più di sei ettari di terra, che aveva seguito il suo signore Pietro di Amiens nell’avventura di oltremare. Il di Clari non partecipava alle assemblee dei nobili, dove si prendevano le decisioni che segnavano il destino della crociata, la sua cronaca rispecchia piuttosto ciò che ai ranghi inferiori arrivava delle risoluzioni prese in alto loco. A stare alla sua versione, Enrico Dandolo avrebbe offerto ai crociati di portare l’esercito oltremare dietro la loro promessa di saldare il debito con il frutto delle prime conquiste. Felici di questa soluzione inaspettata, i crociati avrebbero fatto la promessa di buon grado. Con vivacità, in seguito racconta come quella sera gli uomini nell’isola, per manifestare la propria gioia, misero una torcia sulla punta delle lance e con quelle luminarie giravano dentro e fuori delle tende, in modo tale da far sembrare che il campo stesse andando a fuoco. Poco prima dell’imbarco, sempre secondo Roberto di Clari, Enrico Dandolo avrebbe parlato della necessità di passare l’inverno a Zara e dei  suoi conti pendenti con la città. E’ possibile che, per non aggravare le tensioni già esistenti ed evitare altre defezioni, al grosso dell’esercito sia stata fornita una versione diversa degli accordi presi dai capi. Se le cose andarono in questo modo, le versioni di Villehardouin e del piccolo cavaliere di Clari appaiono entrambe veritiere.

  L’accordo fu stipulato probabilmente nel mese di agosto e, come abbiamo ricordato, non trovò l’approvazione di tutti i capi crociati; si oppose anche il legato papale Pietro Capuano che non poteva dare il suo consenso per un’azione diretta contro una città non solo cristiana, ma che si era messa sotto la protezione dell’unico monarca disposto a prendere la croce. Il doge gli consigliò di non mischiare politica e religione e il legato se ne andò a Roma a informare il papa. Fece ritorno a Venezia prima che le navi lasciassero il porto e diede la benedizione all’esercito in partenza, non perché avesse convinto il papa della giustezza di una tale azione ma forse perché, date le circostanze, non poteva agire diversamente.

  Una volta siglato l’accordo, Enrico Dandolo annunciò che avrebbe partecipato personalmente alla spedizione; la sua decisione fu accolta con grande entusiasmo dai crociati. Fu celebrata una messa a San Marco alla quale assisterono gran parte dei cavalieri francesi e il popolo veneziano in massa. Prima dell’inizio della messa il doge salì sul pulpito e disse: “Signori vi accompagnate alla migliore gente del mondo e per la più grande impresa che mai gente abbia intrapreso; e io sono un uomo vecchio e debole e avrei bisogno di riposo e sono malato nel corpo; ma vedo che nessuno saprebbe governarvi e dirigervi come me che sono vostro signore. Se voi voleste acconsentire a che io prenda il segno della croce per proteggervi e guidarvi e mio figlio rimanga al mio posto a guardare la terra, io andrei a vivere e a morire con voi e con i pellegrini”.2

  Dopo quel discorso tra i presenti ci fu un’enorme commozione e a gran voce diedero la loro approvazione; allora il doge scese dal pulpito e andò a inginocchiarsi in lacrime davanti all’altare  dove gli venne cucita la croce di pellegrino soldato di Cristo sul berretto, anziché sulla spalla, perché potesse essere vista da tutti. Spronati dal pathos di quei momenti, numerosi veneziani seguirono il suo esempio: così i posti vuoti sulle navi, in parte, furono occupati e la spedizione guadagnò un grande condottiero. Villehardouin mette in risalto il coraggio del doge che avrebbe avuto tante ragioni per restare a badare agli affari di governo: era vecchio -Enrico Dandolo era nato nel 1107, all’epoca aveva dunque novantacinque anni- e non vedeva a causa di una ferita ricevuta sulla testa, come afferma Villehardouin, o per essere stato abbacinato quando era ambasciatore a Costantinopoli. Si può aggiungere che aveva anche buone ragioni per andare: nessuno degli altri condottieri conosceva il mare quanto lui e in più c’era Zara da riconquistare; ma soprattutto c’era il desiderio di vivere e di lottare ancora di quell’uomo straordinario.

   Il principe Alessio Angelo, secondo le memorie del maresciallo di Champagne, entrò in scena, con una sua ambasciata ai baroni crociati, mentre l’esercito era ancora a Venezia; la data non viene specificata ma è da ritenersi probabile che i messi siano arrivati ad agosto, dopo l’accordo per la presa di Zara. Villehardouin vuole che il giovane bizantino abbia incontrato alcuni cavalieri crociati a Verona mentre era in viaggio verso Hagenau dopo essere sbarcato ad Ancona. I crociati gli avrebbero parlato dell’esercito che si stava radunando a Venezia e gli uomini che lo accompagnavano gli avrebbero consigliato di mandare messi al marchese di Monferrato per chiedergli di aiutarlo a riavere il trono. Alessio si sarebbe lasciato convincere e i messaggeri si sarebbero presentati nel campo crociato con la sua supplica, destando grande meraviglia. Nella risposta indirizzata a Filippo di Svevia e al principe Alessio che i messi  avrebbero riportato, i baroni accettavano di aiutare Alessio a riavere il trono e chiedevano, come contropartita,  appoggio per  riprendere le terre di oltremare. E’ probabile che il re di Alemagna e il principe Alessio abbiano mandato messi ai baroni dell’esercito con la richiesta di appoggio per recuperare il trono di Bisanzio; ma è molto improbabile che una tale richiesta sia stata frutto di un ipotetico incontro casuale a Verona. Molti storici moderni ritengono tendenzioso il racconto di Villehardouin. Il maresciallo di Champagne, coinvolto nell’intera vicenda per essere stato uno dei nobili che avevano comandato la spedizione, avrebbe cercato con la sua cronaca di far apparire la decisione di stravolgere i piani dell’esercito, allontanandolo dalla sua meta per andare ad assediare, conquistare, saccheggiare e in parte distruggere Costantinopoli, come risultato di circostanze fortuite. Venezia e i crociati sarebbero stati vittime degli eventi e pertanto non condannabili per il loro operato. Alessio arrivò a Zara nella primavera del 1203, i suoi messaggeri lo avevano preceduto e a gennaio avevano stretto il patto con i capitani crociati per andare a Costantinopoli a ricuperare il trono che suo zio Alessio III aveva usurpato.

  Torniamo ai primi di ottobre 1202, al mattino in cui la flotta lasciò il porto di Venezia e lasciamo parlare Roberto di Clari, come ha fatto Donald M. Nicol.    .

“……E ognuno dei grandi cavalieri ebbe la sua nave, per lui e per la sua gente e il suo usciere per trasportare i cavalli. E il doge di Venezia aveva con lui cinquanta galee, tutte a sue spese. La sua galea era tutta vermiglia e sopra era steso un padiglione di sciamito vermiglio; davanti a lui suonavano quattro trombe d’argento e timballi che destavano grande gioia. E tutti i grandi cavalieri e i chierici e i laici, e piccoli e grandi, si agitarono per la grande commozione quando la flotta si mosse, che mai ancora sì fatta gioia né sì fatta flotta era stata vista né udita. E i pellegrini fecero salire sui castelli delle navi tutti i preti e i chierici che cantavano Veni Creator Spiritus. E tutti e grandi e piccoli piangevano dalla grande emozione e dalla grande gioia che avevano.

E quando la flotta partì dal porto di Venezia, i dromoni e le ricche navi e gli altri vascelli erano la più bella cosa da guardare che ci fosse stata dall’inizio del mondo. Perché c’erano ben cento paia di trombe d’argento che squillavano e tanti timpani e tamburi e altri strumenti che era una fine meraviglia. Quando furono in mare aperto e spiegarono le vele e misero le loro bandiere e le insegne in cima ai castelli delle navi, sembrava che tutto il mare brulicasse e fiammeggiasse….”3

Gladis Alicia Pereyra

continua:  La conquista di Costantinopoli La IV crociata Zara

1 Villehardouin, La conquista di Costantinopoli
2 Villehardouin op.cit.
3 Roberto di Clari: La conquista di Costantinopoli