Alfred Hitchcock

Alfred Hitchcock definito ora “mago del brivido” ora (giustamente ma sempre riduttivamente) “maestro della suspense”, è stato a lungo e immeritatamente considerato un artigiano, un regista di genere come tanti altri, al massimo un fabbricante di successi per il grande pubblico. Ci vollero gli anni Sessanta, i giovani critici (poi registi-autori) della “nouvelle vague” francese (ma non solo loro) per riscoprire un autore con l’A maiuscola, un maestro che della suspense e degli orrori della psiche fece un linguaggio cinematografico e rivoluzionò i metodi di ripresa, allora tecnologicamente rozzi.

“Hitch” o “il simpatico ciccione” ‑ come veniva affettuosamente chiamato ‑ che tenne incollate alle poltrone intere generazioni di spettatori, era nato a Leytonstone, Londra (Inghilterra) nel 1899. Entrò nel cinema nel 1919 scrivendo didascalie per la Famous-Players-Lasky; ma quattro anni dopo era già sceneggiatore del regista Graham Cutts e si occupava anche di scenografia e montaggio. E nel 1926 sposa quella che sarebbe stata la sua collaboratrice a vita, la montatrice e segretaria di edizione Alma Reville (1900-1982). Nello stesso anno debutta nella regia, in Germania, con i primi lungometraggi della sua lunga carriera: “The Pleasure Garden” e “The Mountain Eagle” che purtroppo è andato perso. Lavora in patria fino al 1939 nei cosiddetti “film inglesi”, esempi di un cinema d’autore a tutti gli effetti: basso costo, storie dozzinali raccontate con originalità e freschezza, invenzioni tecniche e artistiche, gusto dell’inquadratura e soprattutto tanta sperimentazione.

Trasferitosi a Hollywood sull’onda del successo di questi piccoli grandi film, realizza la maggior parte dei suoi film (e i più noti) e crea una vera e propria scuola riconosciuta soltanto oggi, quella del thriller psicologico, senza però fare dei veri trattati di psicologia; ma anche quella del piacere del brivido. La suspense viene creata con una serie di informazioni (piste o tracce) attraverso le quali lo stesso spettatore si improvvisa detective e si identifica spesso con la vittima.

Cinquantatre lungometraggi sezionati e analizzati da critici e studiosi di tutto il mondo e per cui sembra persino banale parlarne. Titoli indimenticabili come “Notorius”, “Rebecca, la prima moglie”, “Il sospetto”, “La donna che visse due volte”, “La finestra sul cortile”, “Psyco”, sono stati visti e rivisti centinaia di volte anche dal comune spettatore. Opere che raramente alla loro prima uscita furono considerate come quello che erano veramente, capolavori, tranne che dal pubblico che ne decretò il successo internazionale, anche nelle numerose riedizioni, quando televisione e home video non esistevano nemmeno, anzi erano un sogno fantascientifico per cinefili.


L’amore del giovane Hitchcock per il mezzo cinematografico è tutto racchiuso nei suoi primi film, ma anche in quelli realizzati nella mecca del cinema con più mezzi, tecnici migliori e attori famosi. Una passione (il cinema) – o un amore a senso unico – che lo costringeva a lavorare senza interruzioni (e anche in altri “generi”), a portare sul grande schermo le debolezze e le ambiguità del genere umano, ma anche una grande forza di volontà.

“L’opera di Hitchcock – scrive François Truffaut nella prefazione del 1977 del suo libro-intervista “Il cinema secondo Hitchcock”, Pratiche Editrice – vivrà più a lungo di qualsiasi altra, perché ciascun film che la compone è stato realizzato con tanta arte e tanta cura che può competere, in una sala cinematografica o su un apparecchio televisivo, con le più avvincente opere nuove.

Ciò che dicono esattamente i suoi film, Hitchcock non si è mai preoccupato molto di saperlo – e ancora meno di farlo sapere – ma nessun altro regista ha saputo meglio di lui descrivere, attraverso le risposte alle domande che Helen Scott ed io gli ponevamo, il cammino che aveva seguito, al fine di farci capire gli ingranaggi delle storie che sceglie di raccontare a se stesso nello stesso momento in cui ce la racconta”.

E, infatti, la lunga intervista di Truffaut, suo ammiratore e allievo, resta come la più lucida e oggettiva delle opere del regista morto nel 1980, dopo averci lasciato quell’ultimo “gioco-esperimento” che è “Complotto di famiglia” (1976), fresco, ironico e persino trasgressivo da sembrare realizzato da un giovanissimo, ma geniale, autore.

José de Arcangelo

FILMOGRAFIA

1926 “Il pensionante”; 1929 “Blackmail”; 1934 “L’uomo che sapeva troppo”; 1935 “Il club dei 39”; 1936 “Sabotaggio”; 1937 “Giovane e innocente”; 1938 “La signora scompare”; 1939 “Rebecca, la prima moglie; 1941 “Il sospetto”; 1942 “Sabotatori”; 1943 “L’ombra del dubbio”; 1945 “Io ti salverò”; 1946 “Notorius”; 1947 “Il caso Paradine”; 1948 “Nodo alla gola” (Cocktail per un cadavere); 1950 “Paura in palcoscenico”; 1951 “L’altro uomo” (Delitto per delitto); 1952 “Io confesso”; 1954 “Delitto perfetto”, “La finestra sul cortile”; 1955 “Caccia al ladro”; 1956 “La congiura degli innocenti”, “L’uomo che sapeva troppo” (remake del suo film inglese); 1957 “Il ladro”; 1958 “La donna che visse due volte”; 1959 “Intrigo internazionale”; 1960 “Psyco”; 1963 “Gli uccelli”; 1964 “Marnie”; 1966 “Sipario strappato”; 1969 “Topaz”; 1971 “Frenzy”; 1976 “Complotto di famiglia”.