Bonifacio I di Monferrato

 

BONIFACIO I  MARCHESE DI MONFERRATO

PRIMA PARTE

   Bonifacio I, decimo marchese di Monferrato, discendente diretto di quell’Aleramo che il 23 marzo 967 ricevette a Ravenna per diploma di Ottone I quindici corti in terra di Lombardia, nacque intorno al 1150 da Guglielmo V il Vecchio e Iulita di Babenberg, sorella uterina di Corrado III, imperatore dei Romani e zia di Federico I Barbarossa.

La prima notizia documentata su Bonifacio la troviamo in un privilegio dell’imperatore Federico I datato Torino 14 giugno 1178, dove compare in qualità di teste. Con ogni probabilità anteriormente a questa data fu al fianco del padre nelle lotte che Guglielmo sostenne contro il comune di Asti che gli contendeva la sponda sinistra del Tanaro, per il possesso del castello di Castruzzone contro Vercelli -con cui era dovuto venire a patti-, contro la lega lombarda che lo aveva sconfitto a Montebello nel ’72 e contro Alessandria, città che con la sua recente fondazione aveva rotto l’integrità territoriale e politica del marchesato ed era diventata il fulcro della resistenza  all’impero. Le guerre con i vicini comuni ribelli avrebbero impegnato Bonifacio per gran parte del tempo che trascorse nel suo feudo tra un viaggio e l’altro, tra una campagna militare e l’altra al seguito del Barbarossa prima e di Enrico VI più tardi.

Il marchesato monferrino ebbe fin dai tempi di Aleramo confini non ben definiti; situato in posizione strategica per controllare le strade che attraversavano il Po, era un multiforme insieme di proprietà territoriali appartenenti a signori locali. La strategia di Guglielmo il Vecchio mirava a integrare il territorio in un organismo politicamente e geograficamente unitario, subordinando al marchesato i proprietari terrieri minori, contenendo le pretese comunali e soprattutto approfittando dei vincoli di parentela e di alleanza che lo univano alla casa dei Hohenstaufen.  Guglielmo seppe anche sfruttare la contesa tra Federico I Barbarossa e Manuele I Comneno persuasi entrambi di aver diritto all’eredità imperiale Romana.  Manuele Comneno non dubitò mai di essere il legittimo erede di Costantino e di rivendicare giustamente a sé il titolo d’imperatore dei Romani, titolo che il Barbarossa gli contendeva -Federico chiamava spregiativamente Manuele re dei Greci-.

Dopo la pace di Venezia si allontanava ogni possibile pretesa sui territori italiani da parte di  Bisanzio, mentre il suo prestigio internazionale appariva compromesso dal disastro di Miriocefalo: non per questo Michele accennò a rinunciare alla sua intensa attività politico – diplomatica in Italia tesa a riaffermare, contro il rivale Svevo, l’idea della preminenza e universalità dell’impero bizantino, naturale continuazione di quello romano; la sua arma più efficace era l’iperpero. Non è da escludersi che l’oro bizantino abbia giocato un ruolo nel momentaneo cambiamento di fronte che nel settembre del 1179 ebbero i Monferrato con la cattura da parte di Corrado dell’arcivescovo Cristiano di Magonza, arcicancelliere dell’impero. Non mancavano a Corrado, secondogenito di Guglielmo, motivi personali d’inimicizia con l’arcivescovo: nel 1178, accusato di tramare con agenti di Bisanzio, era stato imprigionato per un breve periodo a Viterbo per ordine dell’arcivescovo, inoltre Cristiano era amico di Guido Guerra il quale aveva sposato Agnese, sorella di Corrado e di Bonifacio, per poi ripudiarla arrecando grave offesa alla casata monferrina. Nel gennaio 1180 Bonifacio raggiunse il fratello Corrado nella Tuscia e lo assistette nelle trattative con l’arcivescovo, la cui custodia gli fu affidata quando Corrado partì per Costantinopoli. Cristiano fu liberato sul finire del 1180.

Se nella cattura dell’arcivescovo il denaro ebbe una parte, non fu l’unico movente che spinse i Monferrato a compiere il clamoroso gesto; oltre ai rancori personali contro Cristiano esistevano tensioni politiche con l’impero che non appariva sufficientemente in grado di salvaguardare i loro interessi. La mancata distruzione di Alessandria aveva creato in Guglielmo risentimento nei confronti dello Svevo e con il trattato di pace di Venezia del luglio del 1177 Federico I aveva stabilito una tregua di sei anni con le città della lega lombarda lasciando insoluto il problema rappresentato da Alessandria. La causa di maggior peso, tuttavia, va forse ricercata nei desideri di espansione verso Oriente a lungo nutriti dal marchese e dai suoi figli la cui realizzazione era iniziata con il matrimonio tra Guglielmo Lungaspada e Sibilla d’Angiò, sorella del debole e lebbroso re Baldovino IV di Gerusalemme. Guglielmo Lungaspada, primogenito di Guglielmo il Vecchio, chiamato a succedere al cognato sul trono di oltremare era stato avvelenato nel 1177, appena un anno dopo le nozze -forse dalla stessa moglie Sibilla- ed era stato il primo dei fratelli a trovare una  tragica fine in terra orientale. Manuele aveva propiziato quelle nozze e nella sua ininterrotta ricerca di alleanze contro il Barbarossa, pensò di consolidare i vincoli con i Monferrato offrendo la mano della figlia Maria Porfirogenita al diciassettenne Ranieri, figlio cadetto di Guglielmo. Le nozze si tennero nel febbraio del 1180 e dal fasto con cui si celebrarono si può desumere l’importanza politica che si accordò all’evento. Ranieri e Maria morirono, sicuramente avvelenati, durante il regno del tiranno Andronico. Non fu migliore la sorte di Corrado: due anni dopo le sue contestate nozze con Isabella d’Angiò che gli avrebbero permesso di occupare il trono di Gerusalemme, cadde nell’aprile 1192 sotto i pugnali dei sicari della setta degli Assassini, probabilmente per incarico di Ricardo Cuor di Leone.

La morte di Corrado, preceduta da quella del padre, mise ufficialmente in mano a Bonifacio il feudo del Monferrato che nella pratica governava già dal 1187, data in cui Corrado partì alla volta di Costantinopoli per sposare Teodora, sorella di Isacco II Angelo.

Tra il 1181 e il 1184 potrebbe situarsi quel periodo giovanile di avventure cavalleresche che Bonifacio trascorse in Liguria e che fu ricordato dal trovatore provenzale Rambaut de Vaqueiras nella terza lassa della famosa epistola composta nella primavera del 1205 in Oriente, dove il poeta aveva seguito il marchese, suo benefattore e amico.

Non risulta facile stabilire in quale misura Bonifacio abbia partecipato alle trame familiari con i Bizantini; a prescindere dall’aiuto prestato a Corrado al tempo della cattura dell’arcivescovo di Magonza, il suo nome appare piuttosto legato alle vicende della casata sveva in Italia. Secondo quanto apprendiamo da notizie certe, si trovava a Crema il 17 maggio 1185 presso Federico Barbarossa, il 5 marzo dell’86, insieme a Corrado, era a Novara sempre presso il Barbarossa,  all’inizio di giugno dello stesso anno seguì l’imperatore nell’impresa contro Castel Manfredo e nel marzo del 1187 fu testimone ad Asti, di nuovo insieme al fratello, alla vendita della valle di Stura ceduta dal marchese di Saluzzo a Enrico VI, re dei Romani.

La forte personalità, le brillanti doti militari, la sua liberalità e il favore imperiale contribuirono a creare l’alto prestigio di cui Bonifacio godeva in Italia e in Europa; prestigio che seppe incrementare con l’operare politico, militare e diplomatico. Fu indubbiamente questa sua autorevolezza che decise Umberto III di Savoia, conte di Morienna, a nominare Bonifacio membro del Consiglio di reggenza per il figlio minorenne Tommaso I. Umberto aveva deposto nel marchese la speranza che, data la sua influenza, sarebbe stato in grado di riconciliare Tommaso con la casa Sveva. Il conte morì il 4 marzo del 1189 e nella stessa primavera Bonifacio si recò a Basilea dove si trovava Enrico VI e portò felicemente a termine la missione che gli era stata affidata. Il 12 giugno era già di ritorno presso il pupillo e assistette ad un suo atto in favore della chiesa di San Giovanni di Morienna; il 15 giugno a Susa Tommaso concedette, con il consenso del marchese, una salvaguardia ai certosini di Losa. Nel luglio dell’anno seguente, Bonifacio si recò insieme al giovinetto a Fulda presso Enrico VI, probabilmente per l’omaggio feudale e l’investitura di Tommaso.

Ritroviamo Bonifacio a Lodi accanto al re dei Romani il 18 e il 19 gennaio 1191; in seguito proseguì con Enrico VI verso Bologna dove l’11 febbraio il re mise al bando i marchesi d’Incisa e ordinò a tutti i loro vassalli di prestare giuramento di fedeltà entro un mese al marchese di Monferrato. Il provvedimento di Enrico fu un bel successo per Bonifacio e anche una rivincita sul comune di Asti. Nel 1187, appena ottenuto il titolo e il governo del feudo, Bonifacio aveva costretto Alberto dei marchesi d’Incisa a cedergli il castello di Montaldo. Era stata una prova di forza con la quale il novello marchese aveva voluto far valere la sua autorità, ma il comune di Asti, eterno oppositore dei Monferrato, lo aveva obbligato a fare pubblica rinuncia il 26 agosto dell’88. La decisione del sovrano, tuttavia, non sembrò bastare ai comuni ribelli e verso la fine della primavera il marchese era in guerra dichiarata con Alessandria e Asti. Il 19 giugno a Montiglio, Bonifacio inflisse una grave sconfitta ai suoi nemici che il 25 agosto furono costretti a stipulare una tregua   valida fino all’11 novembre dell’anno seguente.

Per fronteggiare la sempre più spinta aggressività dei comuni e per soddisfare il desiderio di Enrico VI che voleva la formazione di una lega ghibellina da opporre a quella lombarda, Bonifacio firmò il 14 settembre 1191 a Breme un trattato di alleanza difensiva con i comuni di Bergamo, Pavia e Cremona; Como e Lodi vi avrebbero aderito il 7 dicembre. Enrico VI, ormai incoronato imperatore, l’8 dicembre concedeva a Bonifacio un privilegio in virtù del quale gli venivano confermati in feudo Gamondio, Marengo e Foro, con tutti i diritti già riconosciuti da Federico I a Guglielmo il Vecchio.

Le tensioni con Asti si riaccesero quando nel luglio del 1192 Bonifacio si propose di rafforzare il suo dominio sul Piemonte meridionale ottenendo da Berengario marchese di Busca la metà del castello e del borgo di Cossano Belbo e un sedicesimo della contea di Loreto; già nel novembre del 1191 aveva acquistato da Ottone del Carretto la signoria su Albisola e poteva contare sull’alleanza del comune di Alba e su quella del cognato Manfredo II di Saluzzo.  Anche se non si hanno notizie, non è da scartare che ci siano stati scontri militari tra Asti e il Monferrato; si sa soltanto che l’11 aprile del ’93 si giunse a una pace dopo difficili trattative.

Il 26 giugno del 1193 a Pavia Bonifacio si impegnò a chiudere il suo territorio al commercio con Milano, dopo una fallimentare campagna contro questa città che aveva intrapreso in aiuto dei suoi alleati lombardi. In seguito il marchese lasciò l’Italia per raggiungere a Kaiserslautern l’imperatore, il quale il 4 dicembre gli concesse finalmente in feudo la ribelle Alessandria. Nello stesso periodo l’imperatore tratteneva prigioniero in Germania Riccardo I Cuor di Leone, re d’Inghilterra. Il Plantageneto, di ritorno dalla terza crociata, era caduto in mano all’imperatore che lo odiava a causa dei suoi legami con i nobili guelfi tedeschi, mentre travestito da templare tentava di raggiungere le sue terre attraverso la Germania. La decisione di passare clandestinamente dalla Germania, Riccardo l’aveva presa per via dell’ostilità esistente tra lui e Filippo II Augusto di cui temeva le mosse se si fosse avventurato in territorio francese. Una delle molte cause di contrasto tra i due re era stata la contesa per il trono di Gerusalemme che aveva visto contrapposti Guido di Lusingnano e Corrado di Monferrato; Riccardo sosteneva Guido mentre Filippo parteggiava per Corrado di cui era parente e, come accennato, non è da scartare la possibilità che gli assassini di Corrado abbiano agito per conto di Riccardo. Dietro un forte riscatto, Enrico VI liberò il Plantageneto all’inizio del 1194 e molto probabilmente Bonifacio, durante la sua lunga permanenza in Germania, prese parte alle trattative tra l’imperatore e il suo prigioniero. Certo è che il marchese, il 4 febbraio del ’94, prestò l’omaggio dovuto al re d’Inghilterra, ormai liberato; l’omaggio del marchese, Riccardo lo aveva ottenuto dietro promessa di redditi feudali, in virtù dei quali Bonifacio ricevette da parte inglese 800 lire nel 1197.

Nuovi problemi si presentarono al marchese dopo il suo rientro in Italia, avvenuto all’inizio della primavera del ’94, a causa dell’alleanza che stipularono il 9 maggio Asti e Vercelli per impedirgli di acquistare da Manfredo Lancia territori nella contea di Loreto. La campagna imperiale per la conquista del regno di Sicilia, cominciata con la discesa alla fine di maggio di Enrico VI in  Lombardia, risparmiò a Bonifacio l’ennesimo conflitto con i comuni e lo portò verso imprese guerresche più significative per la storia dell’impero e dell’Italia.
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Gladis Alicia Pereyra