Goffredo di Villehardouin

GOFFREDO DI VILLEHARDOUIN

 

   Goffredo di Villehardouin nacque nel castello di Villehardouin situato a sette leghe da Troyes nella Champagne, intorno al 1150. Di famiglia nobile divenne nel 1185 maresciallo di Champagne e si occupò principalmente di questioni amministrative e politiche. Nel 1199  prese la croce seguendo l’esempio del suo signore Tibaldo III conte di Champagne e di Brie che era stato nominato capo della quarta crociata appena bandita da Innocenzo III. Cominciava per lui un turbinoso periodo che lo avrebbe portato a occupare un posto di rilievo nella storia e nella letteratura francese. Fu portavoce della delegazione che i capi crociati inviarono a Venezia nella primavera del 1201 per trattare con il doge Enrico Dandolo il trasporto dell’esercito crociato in Terra Santa e firmò l’accordo con i veneziani che avrebbe finito per cambiare la destinazione e l’obiettivo stesso della crociata. In seguito alla morte di Tibaldo e dopo il rifiuto del duca Eudes di Borgogna e del conte di Bar-le Duc di assumere il comando, Goffredo convinse i nobili crociati riuniti a Soissons a mandare ambascerie al marchese Bonifacio I di Monferrato per chiedergli di mettersi alla guida della spedizione. Nell’estate del 1202, cercando di sbloccare la difficile situazione dei crociati rimasti fermi a Venezia a causa della mancanza di fondi per coprire l’intero costo del viaggio, Villehardouin partecipò alle trattative con il doge Enrico Dandolo che portarono l’esercito crociato ad aiutare i veneziani nella riconquista di Zara in cambio di una dilazione per il pagamento dei rimanenti trentaquattromila marchi d’argento che avrebbero completato la somma pattuita per il trasporto in Terra Santa. In ragione del suo rango, fu sicuramente tra i capi che presero la decisione di deviare la crociata verso Bisanzio allettati dalla cospicua ricompensa promessa da Alessio Angelo. Durante il primo assalto a Costantinopoli, compiuto dall’esercito crociato per ridare il trono, usurpato da Alessio III, al legittimo imperatore Isacco II Angelo e a suo figlio Alessio, Villehardouin combatté nella quinta schiera del esercito francese agli ordini di Matteo di Montmorency.  Fuggito Alessio III, Goffredo guidò l’ambasceria incaricata di presentarsi davanti al restaurato imperatore Isacco Angelo, per chiedergli di ratificare gli accordi che il figlio Alessio aveva stipulato con i crociati affinché lo aiutassero a recuperare il trono, accordi che non poterono essere rispettati a causa dell’incapienza delle casse imperiali. Guidò una seconda ambasceria, non più amichevole né priva di pericoli, al palazzo imperiale per esigere che i patti concordati con Alessio fossero onorati e minacciare che in caso contrario francesi e veneziani avrebbero preso con la forza ciò che spettava loro. Goffredo racconta nella sua cronaca come uscendo dal palazzo lui e gli altri ambasciatori, dopo aver lasciato sbalorditi e furenti Isacco, Alessio e tutta la corte per l’ardire con cui avevano parlato, avessero tirato un grande sospiro di sollievo perché il rischio di essere imprigionati e addirittura uccisi era stato grande. Una volta instaurato l’Impero Latino di Oriente Goffredo, divenuto maresciallo di Romania, si adoperò per convincere Bonifacio di Monferrato a togliere l’assedio di Adrianopoli che il marchese aveva posto in seguito alla rottura con l’ormai imperatore Baldovino di Fiandra e a cercare un accordo che risolvesse la pericolosa situazione creatasi intorno a Salonicco, contesa da Bonifacio e Baldovino. Nel disastroso assedio di Adrianopoli, che si era ribellata ai latini e chiamato in soccorso il re di Valacchia e Bulgaria, perse la vita Luigi di Blois e Baldovino fu fatto prigioniero; Villehardouin, insieme al vecchio e agguerrito Enrico Dandolo, organizzò e guidò, dopo la disfatta, la ritirata verso Rodestoc  salvando in questo modo gran parte delle truppe. Nel 1207 ricevette da Bonifacio, divenuto re di Salonicco, il feudo di Messinopoli e nel 1208 prese parte a una spedizione organizzata dall’imperatore Enrico, successore di Baldovino, contro Giovanni re di Valacchia e di Bulgaria. Non si hanno più notizie di Goffredo di Villehardouin dopo il 1212 e secondo alcuni studiosi sarebbe morto a Messinopoli intorno al 1218; altri sostengono invece che dopo il 1212 sia rientrato in Francia.

   Goffredo cominciò a scrivere le sue memorie nel 1207 dopo la morte di Bonifacio di cui era amico. La sua opera, pubblicata con il titolo “La conquete di Costantinople”, inaugura la prosa storica francese ed è la più completa testimonianza sulla quarta crociata e il suo criminoso epilogo arrivata ai nostri giorni. Il Villehardouin, personaggio dalle molteplici capacità, fu tra i principali protagonisti degli eventi che narra. Politico, diplomatico e militare prima ancora che scrittore, la sua prosa essenziale e molto ben organizzata è soltanto in apparenza distaccata e obiettiva e da quanto dice, ma soprattutto da quanto tace, sembra che miri a scagionare francesi e veneziani dall’accusa di aver non soltanto mancato l’obiettivo della crociata, ma di averla utilizzata per fini addirittura contrari a quelli per cui era stata bandita. Villehardouin presenta il racconto come una concatenazione di coincidenze e di circostanze fortuite che unite ai molti errori umani diedero come risultato la conquista, il saccheggio e la distruzione della più splendida città del tempo. Nella sua interpretazione, rimane fuori qualsiasi movente economico e di dominio e i fatti che deviarono la crociata verso Costantinopoli appaiono come l’opera pietosa di cavalieri cristiani ansiosi di riparare il torto fatto a un imperatore deposto e accecato dal proprio fratello. Nulla dice sulla condizione di non attaccare altri cristiani posta da Innocenzo III al momento di approvare il trattato franco-veneziano per il trasporto dell’esercito in Terra Santa, né della scomunica inflitta dal papa ai veneziani dopo la presa di Zara.  Lancia l’accusa di voler distruggere l’esercito, a quei crociati la cui coscienza  si rifiutava di accettare la piega che la spedizione stava prendendo e disertavano per recarsi in Palestina per conto loro e biasima con forza chi, come l’abate di Vaux, si opponeva all’accordo con il giovane Alessio e esigeva che la crociata si dirigesse verso l’obiettivo per cui era stata organizzata: la liberazione del Santo Sepolcro.

   Bisogna riconoscere, tuttavia, che per portare a termine la loro impresa, l’unità dell’esercito era prioritaria e che nel momento in cui si decise di deviare verso Costantinopoli molto probabilmente neppure nella testa di Enrico Dandolo c’era l’intenzione di conquistare la città e ci si proponeva soltanto di riscuotere il denaro promesso da Alessio per la restituzione del trono tolto al padre  -denaro più che necessario a un esercito in ristrettezze, indebitato con Venezia e con viveri garantiti soltanto per nove mesi- e rinforzare le truppe con i diecimila uomini che facevano parte della ricompensa, per poi proseguire verso Gerusalemme. D’altronde, se con l’intero esercito la riconquista di Gerusalemme non era scontata, cosa avrebbero potuto fare un pugno di crociati arrivati alla spicciolata in Palestina oltre a essere in pace con la propria coscienza? Da questo punto di vista il biasimo di Villehardouin ai disertori appare giustificato.

   Non è facile -e forse neanche giusto- dare un giudizio usando, inevitabilmente, parametri odierni, sulle azioni di uomini così lontani da noi nel tempo; uomini con una moralità e un senso della vita che a volte non riusciamo fino in fondo a comprendere. Non è facile, ripeto, perché nell’impossibilità di avere un quadro esauriente dello svolgersi dei fatti e delle circostanze che motivarono le loro scelte, corriamo il rischio di macchiarci dello stesso peccato di parzialità di cui incolpiamo il maresciallo di Champagne e Romania. Limitiamoci allora a dire ancora che Goffredo di Villehardouin, con il suo racconto disadorno e preciso, ha segnato l’inizio della prosa storica francese e ci ha lasciato una preziosa  testimonianza della sua epoca: siamogli grati per questo.

                                                    Gladis Alicia Pereyra