Mostra/installazione per il Festival di Pesaro

MOSTRA/INSTALLAZIONE

PER IL FESTIVAL DI PESARO

  Fascino e mistero del vecchio manicomio di Pesaro nella mostra-installazione, purtroppo di breve durata, “Il diario del San Benedetto/Babele” ovvero Della Vocazione Letteraria e Artistica dell’Ospedale de’ Dementi, tenutasi nel Palazzo Mazzolari Mosca della città marchigiana e ospite della Mostra del Nuovo Cinema (24 giugno-1 luglio). Realizzata da Quatermass&Co. (progetto e produzione) insieme all’Assessorato alla Cultura – Musei Civici, con la collaborazione di Asur Marche – Direzione di Zona N° 1 – Pesaro, Lemas / Laboratorio Elettronico di Musica Sperimentale / Conservatorio di Musica “G. Rossini” di Pesaro e con il patrocinio della Biblioteca Oliveriana di Pesaro e il Centro per le Arti Visive La Pescheria – Istituzione Comunale, la manifestazione ha cercato di ricreare l’atmosfera del luogo prima dell’annunciato restauro-ristrutturazione che, probabilmente, non cancellerà l’architettura ma sì i ricordi e gli enigmi celati dalle sue mura, riportandola al suo passato più remoto: il Barchetto ducale.

  Come ogni sito storico che si rispetti il San Benedetto (ex ospedale psichiatrico ma anche ex Parco Ducale, che ha ospitato anche Torquato Tasso) si presenta “con un grande carico di memorie, ma la pluralità del tempo e la particolarità di tante tracce fanno emergere una serie di rimandi e di costanti che lo rendono ‘particolarmente’ interessante.”

  Il lavoro della Quatermass-x  è insieme sintesi e punto di arrivo di alcune sue attività dedicate da tempo allo studio di una grande quantità di materiale storico, e di un’ampia documentazione video e fotografica, relativo all’antica sede del manicomio pesarese.

  “La nostra lettura – affermano i curatori dell’evento Eugenio Giordani e Roberto Vecchiarelli – del materiale storico ha individuato un punto di contatto comune che accompagna le vicissitudini di tanti uomini attorno a queste mura.”

  Attraverso un ambiente video-sonoro (video-installazione in multivisione), il visitatore-spettatore viene portato in un “viaggio” che mira a riunire in un unico flusso temporale l’opera, i fasti, la sofferenza e la solitudine di tanti uomini che hanno attraversato e vissuto quel luogo.

  Come tanti altri luoghi storici, il San Benedetto – nato come prima struttura psichiatrica e, quindi, allora innovativa ‑ è il luogo scomparso perché non ha più avuto relazioni con nessuna crescita della città. Non ha interazioni quotidiane con la città. Ha perso, quindi, la sua leggibilità come luogo architettonico e storico: come ‘segno traccia e memoria’ che appartengono alla città.

  Come un viaggiatore nel tempo, il visitatore riscopre così il sapore dei vecchi muri, dei pavimenti sconnessi, delle penombre che ammantano e nascondono, del silenzio o dei suoni ovattati del passato.

  “Forse è un puro gioco – aggiunge Vecchiarelli – ma la ricerca di questi dati sensoriali permette attraverso i nostri ‘documenti’ di configurare il ‘luogo’, con tutte le sue stratificazioni, prima che il restauro vi rinunci declinando verso nuove forme di ambientazione e prima che l’architettura si trasformi in simulacro di quello che è stato e non in una forma reale (un edificio restaurato è pur sempre il simulacro di ciò che è stato).

  Un po’ come geologi, abbiamo attraversato il tempo nella sua verticalità. Il nostro studio si è soffermato molto sulla dialettica del ricordo e dell’oblio che naturalmente segna un luogo dove per lungo tempo si è impressa la sofferenza e la solitudine della reclusione.

  Inoltre percepire la memoria, che è memoria collettiva, come raccolta di tracce e di eventi, è possibile solo quando si instaura un rapporto ‘analogico’ con l’oggetto della ricerca. La durata delle riprese nell’arco di diverse stagioni ha permesso di aderire al luogo, comprenderlo e assimilarlo.”

  Il sito. L’istituzione però aveva persino un “Giornale manicomiale” fatto dagli stessi malati che è stato studiato e fotografato per recuperare un documento prezioso e di prossima pubblicazione. La rivista, pubblicata dal 1862 al 1908, era un tentativo di ridare dignità al malato attraverso la scrittura. E le pubblicazioni continuarono poi, fino al 1980, ma come rivista scientifica.

  “Babele è esistita, e forse esiste, monumento del massimo genio architettonico.”, scriveva M. ricoverato al manicomio nella seconda metà dell’Ottocento.

  “Che M. si riferisse o meno consapevolmente al ricovero – dichiara Silvia Veroli – che lo ospitava non è dato saperlo, il fatto certo è che l’istituto dei pazzi è somigliato a lungo anche a una Babele, linguistica, emotiva e olfattiva; un groviglio di sofferenze immani con un suono, un odore, una grammatura ben precisa. Il San Benedetto/Babele ha rappresentato una città nel cuore della città, un’anomalia cardiaca sorretta da un’architettura geniale perché progettata col proposito di strappare gli inferni mentali dalle condizioni di cose abbandonate.

  Raccontare questo luogo percorrendone non solo le stanze e i perimetri, ma tutti gli indizi, a volte corrotti e palpitanti (dai referti autoptici alle dichiarazioni dei ricoverati e del personale paramedico, dalle piante topografiche agli acquerelli dei medici assistenti) è stato un viaggio importante e necessario, un grande privilegio.”

  La video-installazione: uno spazio video-sonoro quadrangolare (con suono in doppia stereofonia) in cui il pubblico è circondato da quattro schermi e dove lo sviluppo della ‘narrazione’ è lineare e circolare al tempo stesso.

  Il suono. Perché il visitatore riuscisse ad ascoltarlo, i curatori hanno attraversato diverse fasi di ricerca sul campo e di elaborazione del materiale sonoro.

  Per prima cosa hanno scelto di compiere un’indagine sul paesaggio sonoro e sulle emergenze acustiche proprie del luogo: i suoni della città che entrano e risuonano negli ambienti abbandonati dell’ex ospedale psichiatrico, i suoni casuali o intenzionali del visitatore, oltre a quei suoni caratterizzati in grado di evocare frammenti di memoria di un luogo che nel tempo ha conosciuto così differenti funzioni.

  “A vent’anni dal suo progressivo abbandono – dichiara David Monacchi – l’odore e la luce sono gli stessi, gli orologi sono ancora immobili. Il suono, fenomeno fisico intrinsecamente legato al tempo, è stato uno straordinario mezzo per l’ascolto di quelle impressioni sottili rimaste intrappolate nel riverbero dei corridoi e delle celle decrepite.

  Tutto il materiale di base è stato accuratamente registrato sul campo con tecniche microfoniche specifiche per la ripresa degli ambienti e per l’isolamento di sorgenti acustiche minimali, costituendo la parte laboratoriale dei corsi di Elettroacustica I e II del Conservatorio di Musica di Pesaro.

  La scelta, l’ottimizzazione e l’elaborazione dei materiali sonori è stata operata attraverso i criteri dell’ecologia acustica, per mantenere la massima trasparenza e consequenzialità nel trattamento del suono ambientale, cercando principalmente una restituzione documentale del suono del luogo. La voce narrante è stata incisa e rielaborata in studio creando caratteri diversificati trasfigurando la parola in materia sonora.”

  In una manifestazione così particolare e importante, non poteva mancare certo la danza, espressione artistica che riesce a comunicare attraverso i movimenti del corpo stati d’animo, sentimenti e psicologia dei personaggi.

 I momenti che filmano le azioni di danza hanno la funzione di attivare uno sguardo intermediario tra chi guarda (operatore – spettatore – visitatore) e il luogo. Camminare, percorrere, tracciare, è far rivivere il genius loci del San Benedetto: la scrittura.

  “Ho aperto gli occhi durante il sonno e continuato a sognare. Ho sfiorato spazi senza tempo. Salito scale. Sfiorato pareti, le cui tracce porto ancora addosso. Sono scomparsa dentro un fascio di luce. Ho visitato giardini e chiese. Ho camminato nelle stanze aperte. Ho trovato rifugio dentro un armadio. Udito un crollo di soffitti, ho danzato tra le macerie. Germoglio di infinite memorie.” (Monica Gironi).

  Infine, i disegni di Alessia Manzone “Sotto lo sguardo della vigilanza”, ritratti dell’archivio Lombroso, reinterpretati e utilizzati nei filmati sono realizzati riproducendo idealmente e con molta intensità quella procedura di rilettura dell’immagine che era usuale ai tempi di Lombroso – di cui dalla mostra viene fuori un ritratto contraddittorio rispetto allo stereotipo ‑ e dei suoi assistenti.

  “Il passaggio dal dato naturale (o dalla foto) – dice l’autrice – al disegno e dal disegno all’incisione, è un graduale processo di deformazione. La mano che disegna sotto la guida dell’occhio clinico dell’artista-medico riproduce modellandola, l’immagine dell’uomo che sta di fronte, mentre lo scatto fotografico risulterebbe meno inconfutabile rispetto all’immagine plasmata graficamente.”

  Ma non è tutto perché il Workshop al San Benedetto, “Rinchiusi fuori, ha coinvolto gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Urbino per una riflessione e un’interazione fra loro attraverso il video. Quindi uno scambio tra differenti percezioni del luogo e, se vogliamo, di punti di vista.

Gli autori dei video

a cura di Roberto Vecchiarelli e Umberto Cavenago

Emilio Macchia, Valerio Bosi, Cristiano Vitelli, Luca Ceccarini (Futuro­_Passato)

Lucia Ferroni, Giulia Carnaroli, Erica Fiscella (Outline)

Erica Preli, Daniela Denaro, Alessandro Ferrara, Otis Okunseri (Grazie Madame)

Alessandro Tontini (Quando ero furioso)

Bianca Fabbri (Fantasmi)

Davide Spallacci (Assenze)

Pietro Baruzzi (Keyhole)

Maria Bassotti (La presenza assenza)

Daniele Denaro (Antropomorfo)

Roberto Mezzana, Elena Sacchi (Psychiatrisches 267)

Il complesso San Benedetto/Babele

  Situato nel settore ovest della città, a ridosso del Bastione degli Orti Giuli, a pochi metri da Porta Rimini e con il prospetto principale sul corso XI Settembre, è sorto nell’area e sulle strutture dell’ex convento del Carmine e di alcune casette attigue, grazie soprattutto al decisivo interessamento del Delegato Apostolico Benedetto Cappelletti che fin dal 1824 ne aveva caldeggiato l’istituzione, come di legge nell’iscrizione posta dal Comune di Pesaro nel 1828 sulla porta d’ingresso. La preesistente struttura conventuale fu ristrutturata ed ampliata tra il 1820 ed il 1830 su progetto dell’ingegnere Angelo Pistocchi.

  Attualmente lo stabile, di proprietà della Usl., è in disuso ed è tuttora in discussione la destinazione dell’intero complesso che, trasformatosi nel tempo e costantemente adattatosi alle svariate necessità, ha sempre mantenuto una forte coerenza tra spazi costruiti, spazi aperti ed il grande recinto interno, che ne caratterizza fortemente la forma complessiva.

José de Arcangelo