Las trae el viento

LAS TRAE EL VIENTO

  “Las trae el viento”, fu la risposta di mia nonna quando le chiesi come erano arrivate fin lì quelle strane piantine che stuzzicavano la mia curiosità infantile non solo per le loro forme, diverse da tutte le piante che popolavano il giardino, ma soprattutto per i luoghi inconsueti in cui prosperavano, luoghi dove io credevo impossibile potesse vivere una pianta. Loro invece, a dispetto delle mie nozioni botaniche, crescevano e fiorivano abbarbicate a un muretto, alle inferriate, ai rami degli alberi. Ricordo una in particolare, che mi sembrava molto grande -in realtà era un folto insieme di polloni cresciuti attorno alla pianta madre-, si sosteneva abbracciando un tronco con delle radici sottili, in apparenza secche, e ogni tanto si riempiva di piccoli fiori color viola: era una tillandsia aerantos, l’ho saputo più tardi quando occuparmi di queste piantine, così originali da snobbare la terra, è diventato il mio mestiere.

  Ho chiamato la mia azienda “Le figlie del vento” perché non la madre terra, ma l’aria -il vento- è la prima, benché non l’unica, fonte di sussistenza delle tillandsie e sempre il vento trasporta i semi  permettendo loro di riprodursi.

  Le tillandsie prendono dall’aria stessa acqua e sali minerali attraverso le foglie, ragione per cui possono vivere su qualsiasi sostegno. Questa specifica modalità di nutrimento, nota oggi anche a chi possiede limitate cognizioni botaniche, ha tenuto impegnati per più di quattro secoli naturalisti e botanici europei prima di essere compresa. Da quando Cristoforo Colombo osservò, sull’isola da lui appena scoperta chiamata dai nativi Guanahani, quegli insoliti alberi che ostentavano foglie di forme e colori diversi e li descrisse come strani vegetali aventi in comune un unico apparato radicale, al momento in cui Carl Mez pubblicò un articolo dove illustrava la fisiologia nutrizionale delle tillandsie, erano passati esattamente 412 anni. La credenza che le tillandsie siano parassite é diffusa ancor oggi nei paesi di origine.

  Carl Mez, fisiologo vegetale della scuola tedesca, scoprì nel 1904 che quel velluto grigio-argento che ricopriva le foglie delle tillandsie era composto da microscopici peli -i tricomi peltati o squame-  il cui compito non era soltanto di proteggere la cute delle foglie dai raggi ultravioletti e controllare la dispersione dell’umidità ma, grazie alla loro forma somigliante a un chiodo o a una pelta -da qui l’aggettivo peltato- erano in grado di catturare l’umidità e i sali minerali sciolti nell’atmosfera e canalizzarli nei tessuti della pianta, funzione per cui vengono anche chiamati tricopompa: questo era il segreto delle tillandsie, scoprirlo era costato secoli di ricerca. Ricerca cominciata dal medico e naturalista svizzero Gaspar Bouhin che nel 1623 descrisse nel suo Pinax Theatri Botanici una pianta che denominò utriculata. Un secolo più tardi, quella curiosa piantina sarebbe stata catalogata come Tillandsia Utriculata dal medico e naturalista svedese Carl von Linné.

  Veniamo, dunque, alla particolare morfologia dei tricomi delle tillandsie: somigliano, come ho già detto, a un chiodo o allo scudo greco chiamato pelta e sono composti da un piede che sostiene un disco attorniato da un’ala. La dimensione e la concentrazione dei tricomi variano nelle diverse specie a seconda dei bisogni imposti dal loro habitat. In fase secca i tricomi si mantengono sollevati creando un microspazio tra il disco e la superficie della foglia nel quale si raccoglieranno acqua e sali minerali, sostanze che il disco intrappolerà, abbassandosi e appiattendosi contro la superficie della foglia, permettendo così ai tessuti di assorbirle. Nella fase umida il disco resta a contatto con la cute della foglia per impedire la dispersione di umidità. L’altra importante funzione dei tricomi è quella di offrire protezione contro i raggi ultravioletti e infrarossi che insieme al controllo dell’evaporazione permettono alla pianta di vivere in ambienti aridi e troppo soleggiati.

  L’assorbimento di sostanze attraverso i tricomi  è il modo principale di nutrizione delle tillandsie, ma non l’unico; una fonte alimentare aggiuntiva la trovano nello scambio simbiotico con diversi animali. Attorno a queste piante, soprattutto a quelle a rosetta in cui le foglie centrali formano un serbatoio dove l’acqua ristagna, si muove una fauna variegata composta da piccolissimi animali che in esse  trovano riparo. Uno di questi è il granchio metopaulia depressus che, per quanto curioso possa apparire questo habitat per un granchio, vive nel minuscolo stagno prodotto dalla pioggia  all’interno di certe specie di tillandsia e non è il solo, anche alcuni anfibi, come le rane,   -sempre di minime dimensioni- trovano una tale sistemazione molto confortevole per vivere e riprodursi. Questo genere di rapporto simbiotico procura alla pianta ospitante gli scarti organici necessari a completarne il sostentamento. Altre specie, come la caput medusae, la bulbosa o la selleriana, presentano uno pseudobulbo formato dalla parte basale dei lembi larga e convessa verso l’esterno. Nello spazio così venuto a crearsi al suo interno, la pianta offre rifugio alle formiche ed è ricambiata da queste, come nel caso del granchio e delle rane, con il rilascio di scarti organici ricchi di azoto. Un’altra fonte di nutrimento è costituita dalle colonie di batteri azotofissatori. Questi microrganismi trascorrono l’intero ciclo vitale sulle foglie garantendo alle tillandsie una parte importante delle sostanze organiche azotate di cui abbisognano.

  Le tillandsie sono piante epifite che appartengono alla famiglia delle bromeliacee e alla sottofamiglia delle tillandsioidee e come tutte le bromeliacee -tranne una: la pitcairnia feliciana che cresce in Africa- sono originarie delle Americhe dove occupano un area che si estende dal sud degli stati uniti al centro-sud dell’Argentina. La sorprendente duttilità che le caratterizza, ha permesso loro di adattarsi a condizioni climatiche assai diverse. Il vasto territorio che le ospita rappresenta una specie di campionario delle condizioni geografiche e climatiche della terra. Ci sono foreste pluviali, deserti, altipiani aridi dove la vita sembra impossibile, sconfinate pianure feraci come la Pampa Argentina, una catena montuosa tra le più estese ed elevate del pianeta e temperature che vanno dal caldo torrido e umido dell’Amazonia al freddo intenso delle vette andine e in ognuno di questi ambienti, a volte stremi come i paramos, le tillandsie si sviluppano. Una così grande capacità di adattamento facilita senz’altro il compito di chi vuole coltivarle in casa o in giardino.

  La coltivazione è relativamente semplice. Innanzitutto quando si acquista una tillandsia bisogna accertarsi che goda di buona salute e informarsi sul tipo di coltura più adatto alla specie in questione. Una volta collocata in casa o all’esterno è necessario osservarla spesso nelle prime settimane per assicurarsi che non risenta del cambiamento di microclima. Quando la pianta si è ormai adattata non si deve spostare. Il microclima è molto importante e può determinare la riuscita o l’insuccesso della coltivazione;  se una pianta muore, nonostante le cure adeguate, mai riprovare con un’altra nello stesso posto, forse non è colpa di chi la coltiva ma dell’ambiente circostante. In casa, il luogo scelto per sistemarla deve essere ventilato e luminoso, non è necessario il sole diretto. All’esterno una pianta dalle foglie verdi va riparata d’estate dal sole più intenso; le specie le cui foglie appaiono coperte di un fitto velluto grigio-argento supportano bene il sole perché provengono da habitat soleggiati e aridi.

  Per quanto riguarda le annaffiature è bene tener presente che nel caso delle tillandsie è preferibile  essere parsimoniosi con l’acqua. Le piante vanno nebulizzate con acqua piovana o oligominerale una o due volte a settimana. La frequenza delle annaffiature varia secondo la specie e il periodo dell’anno ed è consigliabile informarsi al momento dell’acquisto.

Lontane dal loro ambiente naturale vengono private di molte sostanze -per esempio dell’apporto di scarti organici risultante del rapporto simbiotico con gli animali- che si rende necessario sostituire con un fertilizzante adatto. Un composto di azoto, potassio e fosforo in proporzione 10 – 20 –20 è l’ideale. Da non dimenticare, però, la componente affettiva, concime necessario non solo alle piante: la proporzione è discrezionale.

Claudio Camarda

Le Tillandsie delle immagini provengono dalle serre di Claudio Camarda
Testo e foto copyright Claudio Camarda