La conquista di Costantinopoli

LA QUARTA CROCIATA

I PREPARATIVI
Trattato Franco – Veneziano

  Nel gennaio 1198 il cardinale Lotario dei conti di Segni succedette a Celestino III nel seggio  pontificio con il nome di Innocenzo III. Il nuovo papa, che aveva compiuto studi di teologia e di diritto canonico prima a Parigi e in seguito a Bologna dove si era specializzato in questioni giuridiche, era stato nominato cardinale nel 1189 da Clemente III e da allora si era mantenuto, almeno in apparenza, lontano dagli affari politici. Un posto rilevante nella sua esperienza esistenziale e intellettuale lo aveva occupato la meditazione ascetica. In questa componente ascetica del suo pensiero affondava le radici il principio ierocratico della prevalenza delle forze spirituali su quelle temporali e materiali, che ispirò le sue scelte e guidò la sua opera lungo l’intera esistenza. Diventato papa ancora giovane -aveva 38 anni- una delle sue prime preoccupazioni fu l’organizzazione di una nuova crociata che strappasse Gerusalemme agli infedeli, nelle cui mani era caduta nel 1187 per opera del Saladino. La crociata fu bandita nel ’99 e tranne il re di Ungheria, nessuna testa coronata sembrò disposta a rispondere all’appello. Filippo di Svevia e Ottone di Brunswick, successori di Enrico VI di Germania, pensavano a contese che li riguardavano più da vicino. Nello stesso anno morì Riccardo Cuor di Leone che aveva concluso ingloriosamente la terza crociata firmando una tregua triennale con il Saladino il 2 settembre del ’92. Filippo II Augusto di Francia aveva anch’egli partecipato alla terza crociata e non intendeva ripetere l’esperienza. Dopo aver aiutato in modo decisivo alla conquista di San Giovanni d’Acri che Guido di Lusingano assediava dal 1189, tra Filippo e Riccardo i contrasti già esistenti erano degenerati in profondo rancore ed erano stati causa, insieme alla morte del Barbarossa annegato nel fiume Salef in Cilicia nel giugno del ’90, dell’insuccesso della crociata. Il papa capì che in testa al nuovo esercito crociato non ci sarebbe stato alcun re, i condottieri andavano ricercati tra i grandi signori feudali.

   Innocenzo bandì indulgenza per tutti coloro che si fossero crociati e avessero servito per un anno nell’esercito da inviare in Terra Santa e incaricò di predicare la crociata al cardinale Pietro di Capua e a Folco di Neuilly, parroco di una cittadina che si trova tra Lagny-sur-Marne e Parigi. Questo parroco, secondo quanto racconta Goffredo di Villehardouin, era un sant’uomo che già da due anni percorreva la Francia predicando e al quale si attribuivano persino alcuni miracoli.

   Il primo a prendere la croce fu Tibaldo III conte di Champagne e di Brie che in seguito fu nominato comandante del futuro esercito, seguito da Luigi conte di Blois e di Chartres. I due erano giovani: Tibaldo aveva ventidue anni e Luigi ventisette ed entrambi erano nipoti del re di Francia e del re d’Inghilterra. Erano dunque grandi baroni feudali, di famiglia reale, ma non erano re e questo poteva rivelarsi un vantaggio viste le disastrose inimicizia che si erano create nella precedente crociata tra sovrani in gara per l’egemonia e incapaci di collaborare tra loro. La quarta fu una crociata di baroni nella quale il ruolo decisivo, che la deviò dall’obiettivo prefissato e la portò a commettere uno dei crimini più efferati della storia, spettò al doge di Venezia Enrico Dandolo.

   Tra i cavalieri che presero la croce nel contado di Champagne figuravano Gualtieri di Brienne, il vescovo di Troyes, il siniscalco Goffredo di Joinville e Goffredo di Villehardouin, maresciallo di Champagne, la cui cronaca degli eventi che lo videro tra i principali protagonisti costituisce la più preziosa fonte d’informazioni arrivata ai nostri giorni, sull’intero evolversi della quarta crociata, dall’inizio dell’organizzazione alla conquista di Costantinopoli e ai primi anni dell’Impero Latino d’Oriente.

   Le file dell’esercito crociato via via s’ingrossavano con cavalieri provenienti principalmente dalla contea di Champagne, dalla Francia, dalla Normandia e dalle Fiandre; nella quaresima del 1200 presero la croce a Bruges il conte Baldovino di Fiandra e di Hainaut  e sua moglie la contesa Maria, sorella del conte Tibaldo di Champagne. Il giovane conte Baldovino, quando decise di partire e correre i rischi che l’impresa di liberare il Santo Sepolcro comportava, non avrebbe mai potuto immaginare che la sua devota decisione lo avrebbe portato a occupare il trono del sovrano nella più favolosa città tra tutte quelle esistenti in Oriente e Occidente.

   Il primo parlamento i crociati lo tennero a Soissons, ma lo scarso numero dei partecipanti fece concludere in un nulla di fatto il raduno. Intanto si raccoglievano fondi e si valutavano i modi di far approdare l’esercito in Palestina. Si arrivò alla conclusione che la via più sicura era quella del mare, la strada di terra appariva troppo rischiosa. Si trattava allora di decidere quale delle città marinare era in grado di offrire le condizioni migliori per allestire la flotta che avrebbe dovuto avere, come ebbe, dimensioni straordinarie e portare in sicurezza uomini e cavalli dall’altra parte del mare. La scelta cadde su Venezia e non fu di certo gradita a Innocenzo III: troppo poco interesse avevano dimostrato in passato i veneziani per le crociate e troppi erano gli interessi commerciali che li legavano ai paesi musulmani, principalmente all’Egitto, tanto è vero che all’inizio del suo pontificato Innocenzo aveva ritenuto opportuno ricordare loro che chi vendeva ferro e armi ai saracini correva il rischio di essere scomunicato. Ma per gli abitanti della Serenissima la minaccia della scomunica era meno preoccupante della possibilità di perdere tanti lucrosi affari e, come fa notare Donald M. Nicol, non trovavano vantaggiosa l’idea di muovere guerra ai propri clienti. Nonostante le riserve del papa, si stabilì di inviare messi al doge di Venezia che in quel momento era l’ultranovantenne, non per questo meno lucido, autorevole e agguerrito, Enrico Dandolo. Un secondo parlamento si riunì a Compiègne due mesi dopo quello di Soissons,  nel corso del quale si decise che Baldovino di Fiandre, Tibaldo di Champagne e Luigi di Blois nominassero ognuno due rappresentanti con pieni poteri, avallati da carte con nastro e sigillo, da inviare a Venezia per dare inizio alle trattative. Nella piccola delegazione che partì per l’Italia, quale rappresentante di Tibaldo di Champagne, viaggiava il maresciallo Goffredo di Villehardouin.

  I delegati furono bene accolti al loro arrivo a Venezia e il doge, dopo aver letto le credenziali, chiese quattro giorni di tempo per riunire il consiglio che avrebbe ascoltato le loro richieste.  Villehardouin, portavoce della delegazione, espose al consiglio riunitosi nella data stabilita il progetto della nuova crociata -progetto che i veneziani non potevano ignorare- e presentò formalmente la richiesta di navi e un’armata per passare in Terra Santa. La risposta, a nome del consiglio, la diede il Dandolo: “Invero -dice il doge- ci hanno chiesto una cosa di grande importanza, e sembra certo che mirino ad una nobile impresa. Vi risponderemo di qui a otto giorni. E non vi stupite della lunghezza del termine, poiché bisogna riflettere a lungo su una cosa di tale importanza”1

     La richiesta era veramente di grande importanza, non soltanto per i capitali da investire, ma per il lavoro necessario a costruire una flotta di tali dimensioni e a produrre e immagazzinare vettovaglie, foraggio e altre cose necessarie al mantenimento e alla sicurezza di un intero esercito in un viaggio tanto lungo e arrischiato. Si sarebbero dovute abbandonare molte fonti più sicure di guadagno, lasciare sospesi affari già in corso; in più sembrava che la crociata si sarebbe diretta verso l’Egitto per aggirare i saracini in Palestina prima di puntare su Gerusalemme e il sultano di Babilonia, come all’epoca veniva chiamata il Cairo, era tra i migliori clienti di Venezia. Le perplessità del doge e del consiglio erano giustificate. I veneziani, uomini accorti e pratici che sapevano ben misurare i pro e i contro di ogni faccenda e possedevano un fiuto speciale per riconoscere gli affari in grado di procacciare guadagni straordinari, dopo aver valutato realisticamente le proprie forze, giunsero infine alla conclusione che l’impresa valeva i pericoli che implicava e che se fosse riuscita avrebbe procurato profitti ben maggiori dei rischi corsi, in denaro e in prestigio.

   Una settimana più tardi quando i delegati si ripresentarono davanti al consiglio -si trattava del consiglio privato del doge, composto da sei membri- Enrico Dandolo fece loro questa proposta:  Venezia avrebbe fornito uscieri2 in quantità sufficiente per trasportare  4500 cavalli e 9000 scudieri, navi per imbarcare quattromilacinquecento cavalieri e ventimila sergenti a piedi e viveri per tutti questi soldati e foraggio per i cavalli che bastassero a mantenerli per nove mesi. Avrebbero dato tutto questo al prezzo minimo di quattro marchi per ogni cavallo e due per ogni soldato. Le condizioni avrebbero avuto validità per un anno dal momento in cui la flotta  sarebbe salpata da Venezia. La somma ammontava a ottantacinquemila marchi -secondo il Villeardouin, altre fonti dicono novantaquattromila-. In più il doge s’impegnava a mettere in mare cinquanta galee armate a condizione che, finché durava la loro alleanza, tutte le conquiste fatte per terra e per mare sarebbero state divise a metà tra Venezia e i crociati. Dandolo riteneva che questa proposta avrebbe potuto essere accettata dalla Quarantia e dall’Assemblea del popolo e invitò i suoi interlocutori a valutare se fosse per loro conveniente e se sarebbero stati in grado di mantenere i patti. I delegati s’impegnarono a dare una risposta il giorno seguente. Il poco tempo richiesto per valutare la proposta rende l’idea della fretta e la leggerezza con cui i crociati prendevano decisioni tanto gravi. Per poter sostenere una spesa così ingente era necessario radunare un esercito di trentacinquemila uomini, impresa poco provabile dati i risultati ottenuti fino allora nel reclutamento. I veneziani erano consapevoli delle proprie forze, i crociati no.

   Il giorno dopo, come accordato, i sei si presentarono al doge per dirgli che erano pronti a stringere il patto. Il Dandolo convocò subito la Quarantia, consiglio formato da quaranta membri e “col buon senso e la sottile abilità di cui era dotato, li indusse ad approvare il patto e a consentirvi”3 Allo stesso modo il doge convinse il Minor Consiglio, il Maggior Consiglio e infine l’Assemblea del Popolo. In seguito fece officiare una messa solenne in onore dello Spirito Santo nella chiesa di San Marco -“la più bella che ci sia” scrive il Villehardouin e sicuramente doveva apparirgli tale non soltanto per la ricchezza, ma soprattutto per le intense emozioni che in quella chiesa poté vivere- al termine della quale Goffredo di Villehardouin espose alla folla radunata, con parole toccanti, la richiesta dei crociati. Finito il suo intervento i sei messi in lacrime s’inginocchiarono ai piedi dei presenti, che presi da grande e pietosa emozione levarono le braccia e gridarono insieme al doge: “acconsentiamo, acconsentiamo”. Il tumulto di gioiosa commozione che fece seguito può risultare incomprensibile allo scetticismo della mentalità odierna tendente a sopravalutare i moventi materiali delle crociate tralasciando le ragioni della fede, che potevano essere di facciata, e non sempre, nei potenti ma che erano profondamente sentite dalla maggioranza della popolazione.

   L’indomani furono redatte e sigillate le carte dell’accordo e presentate al doge davanti ai sei del suo Consiglio e alla Quarantia. Nel consegnarle ai delegati Enrico Dandolo si inginocchiò in lacrime e giurò di mantenere i patti e con lui giurarono i quarantasei consiglieri presenti. Altrettanto fecero i messi a nome proprio e dei loro signori. Gli accordi stabilivano che un anno dopo, si era allora  nell’aprile 1201, e più precisamente a partire del giorno di San Giovanni del 1202, i crociati si dovevano riunire a Venezia dove ad attenderli ci sarebbero state le navi pronte. Nella dichiarazione pubblica dei patti si mantenne il segreto sulla decisione di andare in Egitto e si dichiarò semplicemente che si sarebbe andato oltremare. Se fossero stati informati della vera destinazione della crociata, i mercanti che a San Marco avevano approvato in commosso tumulto l’accordo avrebbero avuto ben altre ragioni per tumultuare. Il giorno dopo la firma dei patti partirono messaggeri verso Roma per chiedere al Papa di confermarli. Innocenzo non fu proprio contento quando conobbe le clausole del  contratto; prima di firmare accordi tanto onerosi i crociati avrebbero dovuto consultarlo, tutto sommato era la sua crociata, inoltre diffidava dei veneziani,  specialmente del Dandolo. Diede malvolentieri la sua approvazione mettendo come condizione che non si attaccassero altri cristiani salvo per giuste cause la cui legittimità sarebbe stata stabilita dal legato papale che li avrebbe accompagnati. Questa condizione, dati gli ulteriori sviluppi della crociata, denota nel pontefice una sorprendente capacità di anticipare gli eventi.

   Prima di lasciare Venezia Goffredo di Villehardouin volle consegnare al doge un acconto di duemila marchi e per farlo dovette chiedere un prestito a una banca veneziana. L’entusiasmo e la buona fede dei crociati erano grandi, non lo erano altrettanto le loro reali possibilità di onorare i patti e allo scaltro Enrico Dandolo non poteva essergli sfuggito questo particolare.

continua: LA QUARTA CROCIATA I PREPARATIVI: Bonifacio di Monferrato nominato comandante della crociata

                                             Gladis Alicia Pereyra